Translate

venerdì 29 maggio 2015

A peso d'oro

Cinque zucchine piccole (e non fresche), tre pesche (con le botte che scopri solo dopo), un melone (un po' troppo maturo): 17 euro.



Basta pesare il cesto intero di zucchine, inserirlo nel conto e poi dartene solo cinque ed il gioco, anzi la mini-truffa è fatta.

E' quello che, in buona fede o no non mi interessa, mi è successo a "L'orto di casa tua", in Via Ponte Vetero a Milano. 



Non ho voglia di questionare direttamente, ed opto per una vendetta "social". Fotografo il negozio e lo posto su Istagram, Facebook e Twitter, impestandolo di tag squalificanti, come #ladriamilano o #negozidaevitare. Magari prima o poi qualcuno casca dentro l'hashtag e legge, così evita di andarci. Io, di sicuro, non ci torno più. 

Ad ogni modo, per cancellare la delusione - ché rabbia non è stata - del poco fortunato incontro con l'orefice travestito da fruttivendolo e per riconciliarmi con il bello di Milano, che non ho voglia di passare per un vecchio brontolone, ho deciso di avventurarmi verso Piazza Duomo dove si tiene il concertone gratuito di Radio Italia. 

Una folla di ragazze e di ragazzi in t-shirt e brachette corte, si snoda fino all'inizio della Galleria, quasi in Piazza Scala, popolata invece da un parterre di abiti lunghi e smoking in pausa fumo. 

Quando arrivo nei pressi di Piazza Duomo, i maxi schermi trasmettono le frizzanti immagini di Cesare Cremonini che canta travolgente il suo amore per il finale. 
Cerco il cornetto Algida nelle mani dei ragazzi vicino a me, ma trovo solo miriadi di smartphone che registrano, ondeggiando al ritmo giusto, le note di questo tormentone estivo. 



È bello sentire l'eco poderosa di questi ragazzi così felici, quando il cantante rivolge loro il microfono lasciandoli urlare le strofe finali. 
L'aria è calda e profumata (non vorrei fare di ogni erba un fascio, ma...) e mi lascio andare anch'io al fragoroso applauso alla fine della canzone. 

Quando arriva l'ultima cantante, Gianna Nannini, il pubblico esplode. 
La sua cover di "Lontano dagli occhi", elettrizza l'atmosfera colorando di moderno i colori un po' polaroid anzi, grigi e tristi, del Sergio Endrigo originale (1969...)
Al ritornello, le mille voci giovanili quasi coprono i diecimila watt dell'impianto di amplificazione.

Un effetto coinvolgente.

Mi fa sorridere il contrasto con l'immagine dell'introversa sfiga che il povero Endrigo  impersonava anche all'apice del suo successo. 
Ma, probabilmente, qui nessuno lo conosce e non lo sa, mentre tutti sanno le parole e le urlano gioiosi a squarciagola.



Un po' diversa la reazione alla canzone successiva.


Ancor più vecchia (1967) e di un cantautore che, magari non chiamava sfiga, ma non era di sicuro un beniamino da rotocalco.
La canzone è "Dio è morto", l'autore, il "mio" Francesco Guccini.

A me non piace sentirlo cantato da altri. Nemmeno cantato dai Nomadi riuscivo ad ascoltarlo. 

Sopporto quindi in silenzio lo scempio di questa canzone che poi non mi piace neanche tanto (forse perché era contenuta nei libretti appoggiati sui banchi della chiesa ai tempi delle messe beat negli anni '70).

Non è un gran successo neanche tra il pubblico. La reazione al ritornello non è di sostegno come prima. Anzi. In pochi urlano qualcosa che, più che Dio è morto, mi sembra proprio qualcos'altro. Anzi, non sembra, lo è.

Mi viene in mente il racconto di qualche amico che mi diceva che al giuramento, al momento di gridare "lo giuro", il vero ribelle dichiarava invece, urlando, tutta la sua virilità.

Uno sketch che mi riconcilia col melone un po' andato e le pesche tutte ammaccate del mio #perdutopersempreexamicoorefice.





martedì 19 maggio 2015

A vent'anni si è stupidi davvero

Come spesso accade, quando veleggi tra ricordi lontani, i colori, i sapori, le emozioni sembrano più nitidi, forti, taglienti.

Era così quella domenica in settembre del '77, quando avevo (meno di) vent'anni ed ero stupido davvero. 

Un pomeriggio caldissimo, ma limpido. 

Nell'aria tersa, solo gli ultimi cazzeggi in compagnia prima della ripresa della scuola. Risate profonde, quasi sguaiate e dovute solo e soltanto alla  capacità del gruppo di sparare puttanate senza ritegno. 
Non ci serviva niente di più, anche se, è triste dirlo, quell'erba ci cresceva tutt'attorno e l'eroina uccideva (Verona era chiamata all'epoca la Bangkok d'Italia e non certo per le massaggiatrici).

Qualche sera prima avevo passato la notte all'aperto a caccia di stelle nella mia Lessinia,  con un amico, il Miche ed i nostri telescopi (quasi) giocattolo. 
Dall'esperienza (che non fu l'ultima) non avevamo tratto alcun risultato: le stelle erano troppo veloci per i nostri traballanti aggeggi incapaci di fermarle.    

Mi era rimasto però, in dote temporanea, il parabrezza del suo vespone che avevamo tolto per consumare meno benzina (dei soldi in tasca niente e tu lo sai...).
Era uno di quei parabrezza con la sottana di tela cerata ed il buco da infilare nel fanale.
Glielo dovevo riconsegnare quel pomeriggio, ma, prima di incontrarmi con lui avevo deciso di passare da casa di Bicio, nella cui veranda - in realtà il balcone di una villetta a piano terra - faceva base il nucleo storico della nostra compagnia.

Quel giorno ci spostammo insolitamente, non ricordo bene il perché, nel giardino della casa di Luca, un altro amico che abitava lì poco distante.
Complici il caldo e l'abbaglio dei colori di quella giornata così limpida (che noi non l'avremmo fatto mai) partì, così, senza motivo, uno sketch.

Per togliermi dall'impaccio di quel parabrezza me lo infilai dalla testa per il foro del fanale indossandolo come un mantello.
Non contento, iniziai a farlo svolazzare leggiadro correndo avanti e indietro con la Vespa sul vialone lì di fronte.

Da quella stravagante cavalcata alle farneticazioni su un supereroe casareccio, battezzato prontamente "Vendicatore Mascherato", il passo fu brevissimo.

Dieci minuti dopo eravamo di fronte ad una cinepresa 8mm, prontamente recuperata, a girare una fiction di cappa e spada incentrata sulla comparsa finale della figura del "Vendicatore Mascherato". 

Fortuna volle che, al momento di consegnare la pellicola per lo sviluppo, la cinepresa risultasse completamente vuota.

Fu una fortuna perché, dalla serie di improperi ed insulti che dovetti giustamente subire da quegli amici che avevano così faticosamente interpretato scene mai registrate, nacque la determinazione a fare più seriamente ed a progettare a tavolino una serie di riprese che ci videro poi impegnati, per mille e diversi motivi, fino alla fine dell'anno successivo. 

Fu cos' che nacque il film CASABLANCA (non chiedetemi il perché del titolo che non lo so. Forse un misto tra il riferimento alla tenebrosità di Humphrey Bogart e lo scherno dell'ambiguità richiamata dalle cliniche della città marocchina).

La trama si sviluppa sul finire degli anni '20 nei sobborghi degradati e fumosi di una Chicago dominata da gangster e bande rivali. 

La mancanza di mezzi limitò il richiamo di quell'epoca al fumo di mille sigarette e ai vestiti delle ragazze, dato che i nostri costumi erano semplicemente gli abiti, troppo larghi, dei nostri padri ed il Ciao di Icio e il Garelli di Luciano, unici mezzi motorizzati che faranno la comparsa nel film, non erano nemmeno una brutta copia delle lussuose automobili americane di Al Capone.

Per non parlare delle location in cui girammo le scene che di Chicago avevano giusto il niente.

Al di sopra di tutti avevamo messo lui, il Vendicatore Mascherato. Un personaggio misterioso decisore di vita e morte delle bande e che, in realtà, comparendo saltuariamente e mascherato, poteva essere interpretato da controfigure permettendo a me di fare il regista (ovvero l'operatore cinematografico) senza bisogno di recitare (che sarei stato comunque un cane, come testimoniano le poche scene finali in cui compaio nelle vesti del super eroe). 

La prima entrata del Vendicatore Mascherato (interpretato da Bicio, invidiato proprietario di un paio di stivaletti di camoscio che avrebbero caratterizzato la comparsa del super eroe) prende forma nel buio e fumoso locale (la mansarda di Franco) gestito da Riccardo, nella parte di un croupier e Claudia, sensuale entreneuse.

E' lì che sono radunate le due bande rivali: quella dei ricchi (Bicio, il boss e poi Carla, Marina, Luca, Roberto, Gavino) e  quella dei poveri (Franco, il capo e poi Lucia, Andrea, Icio, Luciano). 
Il tentativo del Vendicatore Mascherato di riportare la pace in città dividendola in due zone, naufraga praticamente subito quando, durante i festeggiamenti per l'accordo, una bellissima Lucia che interpreta la donna di Franco circuisce e conquista il tenebroso e crudele Bicio che la segue del tutto insensibile alle lacrime della sua ormai ex-donna, una affascinante Carla.

Dallo sgarro, consumato davanti agli occhi di tutti, nascono una serie di rapimenti e vendette spesso girati con tecniche sopraffine e futuristiche per l'epoca, come lo stop motion che accompagna il trasferimento di Roberto e Gavino, catturati da Icio e Luciano,  nel covo della banda di Franco (il garage di Luca).

L'escalation di agguati e pestaggi non risparmia neppure innocenti minorenni - magistralmente interpretati dai cuginetti Matteo e Giovanni nella veste di figli di Franco - ma viene definitivamente arrestata dall'apparizione finale del vero Vendicatore Mascherato che, accompagnato da un fedele servitore turco (o presunto tale)interpretato da Sergio, fratello maggiore di Franco, ammazza tutti senza perdono con un tocco di fioretto.

Vi chiederete il perché di tanto sproloquio.

Ebbene, fino a pochi mesi fa, la magistrale opera prima era data perduta per sempre. Anche il riversamento su cassetta VHS delle originali bobine super 8 era irrimediabilmente scomparso passando di mano in mano.
Poi, un paio di mesi fa, in una insolita reentré a cena con Gavino, Icio, Luciano, Roberto e Franco, quest'ultimo salta fuori dicendo che, sgomberando la cantina della nonna, è emerso dalla polvere un sacchetto di nylon bianco contenente le bobine originali!

Il boato di sorpresa e soddisfazione che ha accompagnato la rilevazione ha pietrificato istantaneamente le persone presenti in sala, proprio come accade in certe pubblicità.

Tempo poche settimane ed il film era di nuovo tra noi su un DVD, in formato mp4.

A partire da questo ho velocemente portato a termine un montaggio con musiche di fondo adeguate all'atmosfera e miseri cartelli esplicativi dato che, ovviamente, il film era muto.

Ora, tutto questo pistolotto per dire che, il 20 giugno 2015 prenderà forma un happening basata su una roboante PRIMA VISIONE ASSOLUTA!

Invitate/i, tutte le attrici e gli attori dell'epoca, qualche amico  ma, soprattutto, se ci sono, figli e figlie, in modo che si rendano conto di quanto si possa essere stupidi davvero, ma divertirsi alla sola presenza (o assenza che tanto fu lo stesso) di una pellicola per cinepresa.

Ovviamente, se sopravvissuti alla spiega e interessati alla cosa, siete invitati anche voi che leggete purché rispettiate le condizioni inserite nell'invito allegato e comunichiate la partecipazione all'indirizzo e-mail dell'Associazione Culturale organizzatrice "Questa Casa non è un Albergo!" (thishomeisnotanhotel@gmail.com).

P.S.: le molte citazioni, a partire dal titolo, di una famosa canzone, settembrina come la genesi del film, sono dedicate a chi le può capire.


La Locandina del Film

Invito









  

martedì 24 marzo 2015

L'abbraccio di una mamma

Sulle note indie di Bird Eyes di Nuria Graham, il disco acquistato da Rough Trade in Brick Lane, note soffici ed avvolgenti come l'abbraccio di una mamma ancora giovane, si chiude questa breve parentesi londinese. 


Domani riprende la vita mila-veronese con le sue mille e, a volte, laceranti trazioni. 

Il sapore di questo tuffo in quella che avverti essere la culla della cultura moderna è intriso di sensazioni paterne prima di tutto.  
Sfiorare per poche ore la vita di un Enrico ormai adulto ed indipendente, ma sempre alla ricerca dei suoi puntelli materni e paterni,  è stato profondamente intenso.

Vederlo così contento, anche se stanco per i ritmi che più che una banca sembra una miniera, saperlo appagato e fiero di quanto sta facendo e, ancor di più, consapevole di quello a cui, per adesso, rinuncia,  mi ha messo in pace con la paura che avevo di trovarlo un po' stonato.

Bravo Enrico!

Lo so che sarebbe meglio non sbandierare al mondo quanto siamo tutti contenti per te. 
Sarebbe più moderato, misurato, diciamo così, racchiudere nel privato queste emozioni, ma, per una volta, chissenefrega. 
Lasciatemi fare il writer clandestino che imbratta questo spazio con uno scritto controcorrente. 
Magari, tra vent'anni (o giù di lì) sarà normale che tutti sbandierino in piazze virtuali le cose belle ed anche un po' private della vita. Lo faccio solo un po' in anticipo, e, per oggi, mi va bene così.

Poi, questa musica in sottofondo mi impedisce di ragionare bene e mi trasporta senza ritegno in questa voglia di spiegare perché sono così contento di averti visto così bene inserito nella culla di questo mondo moderno che capisci che è la mamma di tutte le New York, Chicago, Sidney e San Francisco cosi affascinanti, ma al tempo stesso sbiadite copie di questo originale. 

lunedì 23 marzo 2015

Papà Bansky

Il lunedì mattina la vita di Londra riprende con ritmi e forme meno turistiche.


La grezzata prospettica (tipo sostegno torre di Pisa) messa qui solo per dare al post su Facebook una dimensione ridicola

Anche nella zona di Piccadilly è frequente assistere al passaggio di grossi camion da trasporto merci che si mescolano con i bus a due piani ed i taxi.
A proposito di taxi, qui Uber è diffusissimo. Se lo sai non puoi non notare un numero sospetto di Toyota Avensis ibride, tipicamente nere e guidate da persone dall'aspetto indiano, si accodano senza screzi ai tradizionali black cabs. Funziona che con un app sul cellulare individui il più vicino e fai la richiesta dichiarando la destinazione. Puoi scegliere tra quattro tipi di macchina, dalla Avensis alla Mercedes serie S e ti vengono a prendere inviandoti subito una stima della spesa che dovrai affrontare, scalandola direttamente dalla tua carta di credito.
La tariffa è conveniente, rispetto ad un taxi normale che già di suo, essendo a Londra costa un decimo di un taxi milanese.

Un sonoro vaffanculo quindi ai tassisti milanesi (e italiani in genere) che, magari vessati dal vizio tutto italiano di concedere licenze a pagamento anche per ... non dico cosa, fanno la parte dei monopolisti e, per contrastare la modernità della concorrenza scioperano e arrivano a picchiare gli autisti di Uber.
Forse se pagassero di più le tasse, loro e tutta un'altra serie di categorie di parassiti fiscali, non ci sarebbe bisogno di vessarli con burocratismi opprimenti. 
Forse, in quel caso, saremmo tutti un po' più normali, ma questa è una storia difficile e non si addice ad un blog di viaggio.

Enrico che, ovviamente, praticante della modernità più spinta qui ne fa sempre uso (soprattutto quando torna tardi la notte) mi racconta che, a Milano, se chiami una macchina di Uber ti chiedono di salire davanti assieme a loro per mimetizzarsi e passare inosservati davanti agli occhi minacciosi dei probabili evasori monopolisti.

Anche noi usciamo presto stamattina.

Ho trovato che dei tre o quattro dipinti di Bansky che non sono stati ancora cancellati o ricoperti, uno è dalle parti di Canary Wharf, dove lavora Enri.



Ci mettiamo così d'accordo di fare colazione assieme su da lui, al 34-mo piano della sua sede verso le 11.
Prima però ci addentriamo in un quartiere popolare, abitato per lo più da arabi, dove a Chrisp Street, dentro un cortile un po' sgarruppato, resiste ancora un graffito di un ometto che si stupisce del suo rubinetto che inizia a squillare come un telefono.

Non resisto alla tentazione di tirarmi su il cappuccio e di fingere di essere l'artista facendomi ritrarre nella posa di imbrattare (magari ne fossi capace) il muro. 

Luca, whatsappato con la foto, ci casca subito e mi chiede, tutto curioso, ma è davvero lui?
Ma, Luca, ti pare possibile? E poi, non dovresti essere a scuola?

La colazione con vista sull'O2, una supermoderna arena coperta dove si tengono i concerti più frequentati, scorre veloce anche perché Enri è curioso di sapere come è stato accolto il lavoro che ha finito poco più di 5 ore fa. Ci salutiamo con un abbraccio ed un immancabile selfie, sapendo che tanto ci vedremo abbastanza presto a Milano, all'inizio di aprile.

La prossima meta è Hyde Park. Lo raggiungiamo passeggiando un po' in Oxford Street, la via forse più commerciale di Londra. Caschiamo dentro solo ad un Urban Outfitters identico a quelli di San Francisco, pieno di vinili e giradischi portatili finto anni '70.

Ad Hyde Park la sosta è breve. La parte est è tutta in rifacimento. In pratica stanno srotolando centinaia di metri di manto erboso per rifare tutto il fondo. Considerate le dimensioni del parco che è veramente immenso, ci vorranno anni per ricambiare tutto il tappeto.



Seconda tappa da Harrods, dove la confusione, anche se è lunedì, ci spinge a chiudere in fretta l'esperienza dopo aver comprato una borsa per la Vale, unico acquisto alla nostra portata in un posto, come questo, che sembra vendere solo merci esclusive.

Quando i morsi della fame iniziano a non lasciare scampo (stamattina niente Bill's...) ci dirigiamo verso Old Brompton Road, South Kensington, dove ci aspetta l'hamburger di Byron che ci ha consigliato Enrico.

Un tragitto che sembra infinito, ma assolutamente ripagato dalla soddisfazione dei nachos e, soprattutto del B-Rex (Byronsaurus Rex) un hamburger pieno di schifezze di qualità.
Anche la birra Byron che ti servono in lattina non è male.


Le ultime due tappe di questa giornata senza mete altisonanti, sono davanti ad altri due residuati di Bansky.

Uno, sulla facciata di un palazzo dimesso e disabitato, in Bruton Lane, dalle parti di Hyde Park rappresenta una ragazza che rovescia il carrello della spesa ed è talmente in alto che sfido chiunque a cancellarlo.

L'altro è ad altezza d'uomo, ma è protetto da una lamina di perspex trasparente. E' in Clipstone Street, praticamente a due passi da Bolsover Street dove ho trascorso, nel collegio in cui abitava Laura, la mia prima vacanza londinese. Era il 1981 e non sapevo allora una parola di inglese. Ho dei ricordi da pelle d'oca di episodi in cui, da solo, ho dovuto (o voluto) affrontare un dialogo con la gente di qui (che, anche se straniera, l'inglese lo sapeva...)




La saga del papà Bansky ovviamente si è ripetuta anche davanti a queste due opere.

Stasera, ultima cena a Londra. Se le forze ci sorreggono l'intenzione è libanese. Vedremo se il suggerimento di Enrico si rivelerà azzeccato.
A proposito: ieri sera, la pizzeria Sartori qui vicino (15, Great Newport Street) ci ha deluso solo per il nome (che non ha niente a che vedere con il cognome veronese, anzi è un napoletanissimo omaggio alla S di San Gennaro).
Per il resto (a parte il costo) la pizza era buona ed anche l'accoglienza tutta italiana. 





  

domenica 22 marzo 2015

Grego5

La colazione di Bill's diventa la nostra buona abitudine per iniziare bene (e con tante calorie) una giornata che decidiamo di spendere nella zona East tra Petticoat Market e Brick Lane, il posto dove Audrey, la street photographer di ieri, ci ha consigliato di andare a vedere i "suoi" murales.







Oggi però niente eggs benedict, ma un più tradizionale scrambled eggs with bacon strips e, per finire, i pancakes con lo sciroppo d'acero e la frutta.



Il locale si riempie piano piano di persone. Molte hanno anche la prenotazione.
I camerieri sono gli stessi di ieri, inclusa la ragazza di colore con un didietro per cui ottengo, vistane la bellezza, la dispensa al commento anche da parte di Elisabetta. 
Sgambettano tra i tavoli, scherzando e ridendo tra di loro. Un bell'ambiente davvero. 

La fermata più vicina alla Brick Lane è Liverpool street. Da lì ci infiliamo dentro il Petticoat Market, un mercatino di bancarelle molto più ruspante e veritiero di Portobello. Sempre le solite cianfrusaglie, ma, almeno in questa zona, i visitatori sembrano gente del posto.

Oddio, parlare di gente del posto a Londra, è un po' un azzardo. 
A volte capita, si, di vedere il tipico personaggio da stereotipo londinese: completo di tweed e calzoni alla zuava che lasciano il posto a colorati calzettoni a quadri. In genere si accompagna ad una signora con capellino a falda larga e cappottino dai colori sgargianti.
Il più delle volte però incontri persone dalle razze più strane e dai vestiti inguardabili per noi italiani. Per non dire dei capelli,  oltre a varie fate turchine o violette, stamattina mi ha colpito un'asiatica dagli occhi a mandorla ed i capelli biondo platinato.

La sensazione di essere attorniati da stranezza, esplode poi una volta a Brick Lane.

La via, lunga un chilometro, delimita una zona un tempo popolata prevalentemente da Bengalesi. 
In effetti, ancor adesso, i nomi delle vie sono scritti anche nel loro incomprensibile alfabeto.

I negozi Vintage, che qui abbondano, mi attraggono da pazzi, ma ho già dato abbastanza. Qui è anche il tempio della musica Indie (che non vuol dire indiana, ma indipendente) e così ci lasciamo  affascinare da un negozio di dischi, Rough Trade, dove acquistiamo un disco di Nuria Graham (www.nuriagraham.com) catturato dal sottofondo, passeggiando tra i vinili.


Nelle strade è facile imbattersi in gruppi musicali o singoli cantanti che non puoi non fermarti ad ascoltare.
In genere sono molto bravi e rapiscono una folla.



A volte sono anche dei veri e propri showman. 
Il chitarrista di un gruppo, i Phantom Limbs, tre signori attempati e scatenati ci saluta amichevolmente sventolando il dito medio!




Tantissimi sono poi i ristoranti ed i locali in cui puoi mangiare cose strane. Davanti ad alcuni di questi, si formano fin da quando arriviamo, code di persone che aspettano pazientemente il turno per sedersi o anche solo per servirsi "take away".
L'odore di cipolle, spezie, carne ed ogni altro cibo saporito, ti avvolge fin da subito e ti stuzzica non poco.
Noi resistiamo però, non tanto per la virtù, ma per il carico di calorie fatto a colazione.

Grazie a questo antidoto, ci tuffiamo alla ricerca delle centinaia di murales con i quali writers più o meno famosi, hanno tappezzato i muri delle case tutto qui attorno.

Alcuni sono molto famosi, come quelli enormi degli animali di Roa in Hanbury Street (www.flickr.com/photos/roagraffiti) 



oppure gli omini stilizzati di Stik (www.stik.org.uk).



Ce ne sono a decine, alcuni ricordano quelli di Bansky, che non ha lasciato il  segno in questa zona. Domani, forse, andremo a caccia delle sue opere nella zona a nord di Regent Park.

Proprio in fondo ad Hanbury Street, incapucciato come nelle icone, ne scoviamo uno che si firma Grego5 e sta completando una sua opera assistito da un amico. E' quello della foto all'inizio del post. L'ho messo lì perché così diventa l'icona del link condiviso su Facebook. Trucchi del mestiere...

Il ritorno a casa, esausti, prevede una fermata a Covent Garden.
Il distacco tra la nobiltà e l'eleganza della gente che lo popola, anche qui spesso in coda per mangiare in ben più nobili locali, rispetto a quella di Brick Lane è un pugno allo stomaco.

Scappiamo via quasi subito, forse più stanchi che disgustati.

25000 passi tra i murales, sono abbastanza. Se chiudo gli occhi mi sembra di continuare a vederne. Un po' come quando vai in barca che, quando scendi, ti sembra ancora di dondolare...

In coda al post vi rifilo un po' di foto prese a caso da quelle fatte oggi. Son troppo stanco per star lì a far le cose fatte bene, ma ho voglia lo stesso di fissare alcune immagini anche in queste pagine di blog.


















Buona cena Buonuomo...

La cena, da Goodman a Mayfair - 24-26 Maddox Street -  è all'altezza delle aspettative. Un locale caratteristico, raffinato e popolato sia da londinesi in bevuta libera, sia da qualche mezzo turista, come noi, probabilmente arrivato qui spinto dalle buone quotazioni di TripAdvisor. 




Certo, se si vuole spendere poco non è l'ideale, ma tenuto conto del fatto che sei pur sempre a Londra,  dell'ambiente e della qualità del cibo non è andata poi così rovinosamente.

Come starter abbiamo scelto un fegato d'oca con fichi secchi caramellati ed un più tradizionale carpaccio di manzo.
Poi, ci siamo divisi una fiorentina da un chilo, cotta alla perfezione e tenerissima.
Per finire un cheesecake, finalmente all'altezza della tradizione.

Il tempo della cena è stato occasione di riflessione sulla vita londinese di Enrico e sul suo felice momento anche di relazione con gli altri. Ha la fortuna di trovarsi molto bene anche coi compagni di casa e, mentre eravamo a cena, ha ricevuto almeno un paio di inviti per una serata allegra, tutti declinati, più per la stanchezza che per la nostra presenza (che, tanto fra dieci minuti saremo a letto svenuti...). 


Deve essere davvero difficile, per un giovane che vive qui, resistere alle tentazioni del sabato sera. 
Frotte di ragazze semivestite, nonostante il clima non proprio tiepido, barcollano su improbabili trampoli, tutte allegre e forse già ubriache, infilandosi di sovente in speciali bus a due piani che hanno tutto l'aspetto di ospitare feste itineranti.
La notte, poi, soprattutto nella piazza proprio qui sotto (sempre lei Piccadilly Circus) maree di ragazzi, in preda a chissà quale eccitante,  passa il tempo ad urlare come fossero allo stadio.

L'altra notte, in sottofondo, mi sembrava di sentire urlare "forza magica Roma".

Devo ammetterlo, ho pensato: per fortuna che la fontana qui è di ferro...









sabato 21 marzo 2015

Il pullover che hai asciugato tu

Mi sembra impossibile che, per fare colazione in una città come Londra così strapiena di possibilità di mangiare, si debba fare una coda che si snoda fin sul marciapiede fuori dal locale.
E' quello che accade davanti al Breakfast Club di Soho dove Enrico voleva portarci stamattina.

E' riuscito ad arrivare abbastanza presto a casa nostra, vincendo la tentazione di recuperare nel suo letto qualche ora di sonno persa nelle sue maratone in ufficio, e poi, una volta arrivato da noi, quasi capitola sulla morbidezza del nostro letto affacciato sul centro di questo mondo.

A fare la coda per il tavolo non ci penso neanche un momento e, dopo avere dribblato il consiglio del nostro padrone di casa che ci sembra un po' troppo triste (da Bruno, Wardour Street, magari ci passeremo domani) entriamo da Bill's in Brewer Street.

L'interno è un sandwich (non un tramezzino) tra un soffitto post-industriale di condotte d'aria satinate ed un pavimento da rifugio di montagna con le assi di legno grezzo e caldo.
In mezzo, i tavoli sbiancati sono conditi dalla luce calda di paralumi pendenti che si accompagnano ad enormi grappoli di peperoncino.


L'effetto finale è molto soft ed accogliente. Non ci resta che manifestare tutta la nostra comprensione per la gente rimasta in coda al Breakfast Club strafogandoci di succhi, eggs benedicts con salmone affumicato, pancake con frutta e sciroppo d'acero e caffè nero americano.




Prossima tappa sarà la casa di Enrico, anzi la quasi reggia di Enrico, visto che si trova praticamente a 50 metri in linea d'aria da Buckingham Palace.
Ci arriviamo attraversando St. James Park, strapieno di gente e di uccelli di tutti i tipi. Ci sono persino i pellicani, eredi ancora presenti di un dono del Re di Russia nel lontano 1600.
Farsi largo tra la massa di gente, per lo più spagnoli, che sta sfollando dopo il cambio della guardia è quasi un'impresa.


La casa di Enrico, pardon, la reggia, è veramente molto bella.
Appena rimodernata, è arredata molto bene e, tenuto conto che è abitata da 4 ragazzi che non hanno nemmeno il tempo di vivere, sembra proprio tenuta bene.

Questo vivere senza una vera e propria routine domestica (son tutti e quattro qui che lavorano come matti e non sono mai a casa) non permette certo di allenare qualità da casalinga.
E' così che Enrico ci mostra come è uscito il suo maglione preferito, comprato in gennaio, dopo un inopportuno incontro con la asciugatrice.


Sempre meglio di come è ridotto quello che indossa oggi, dopo lo scontro... con il caffè del Bill's Restaurant.
Quando, osservandolo stravaccato sulla poltrona, me ne accorgo, scoppio a ridere pensando a come, con Luca, lo prendiamo in giro per le sue immancabili patacche. Per chiarire subito, non che Luca ed io siamo meglio, anzi. Ma oggi è il turno di Re Enrico!



La nostra giornata si divide qui: lui va in ufficio, Eli ed io verso Portobello.
Ci salutiamo sulle opposte banchine della metro fotografandoci a vicenda.

Abbiamo appuntamento stasera per una sessione di test, carnivora stavolta, dei ristoranti londinesi.


A Portobello Road un fiume di gente si snoda tra i negozi e le bancarelle lungo la strada.
In prevalenza espongono chincaglieria di nessun pregio o oggetti di modernariato senza valore, come vecchie macchine fotografiche che vanno dalle  Polaroid anni '70 (chissà dove trovi più le loro pellicole) alle russe Practika o Zenith. Non potendo apprezzare i  banchi che vendono improbabili pellicce o ridicoli vestiti usati, la cosa più bella è invece osservare la stravagante varietà dei venditori. Un peccato non avere con me il teleobiettivo. Ne sarebbe venuto fuori un campionario interessante.
Fanno eccezione alcuni stand che vendono giornali o dischi vintage ed un paio di posti dove vendono stampe antiche (abbocchiamo per 24 pound con una stampa del nord Italia del 1824) ed il banco di una ragazza che espone le sue foto di murales fatte a Londra, Brighton e Parigi. Anche qui abbocchiamo e ci portiamo a casa una bella foto del murale "Kissing Coppers" fatta da Bansky a Brighton.



Dopo avercela venduta (per la verità non solo quella) la ragazza, Audrey Nahmias (www.audreynahmias.com) ci rivela dove trovare dei murales interessanti a Londra. Ecco che si delinea chiara un'altra meta per domani. Chissà se riusciremo a battere il record dei quasi 27.000 passi fatti ieri ed oggi!

Per non lasciare la giornata senza un vero tocco culturale spendiamo le ultime energie al British Museum.
Prima però, una breve sosta in uno Starbucks lì vicino ci permette di scoprire il rifugio primaverile di Babbo Natale. Sdraiato, pancia all'aria, su una poltroncina vicino alla vetrina, il vecchio donaiolo (con una n sola) si riposa mimetizzandosi tra gli hipster che passano le giornate qui sfruttando il wifi gratuito.
La foto di babbo natale è sfuocata perché è fatta con l'iPhone al visore della mia reflex (dalla quale non riesco a scaricare le foto)

Al British, voliamo leggiadri tra le sale piene di gente e di cimeli straordinari. Ancor di più delle mummie, i bassorilievi degli Assiri  riescono a darci la scossa per tenerci in piedi. Sono uno spettacolo di precisione e, proprio i dettagli che, in parte, mantengono ancora le tracce dei colori originali, sono la cosa che ci rimane più impressa.


Alla fine, dopo averla inutilmente cercata dappertutto, abbiamo trovato anche la Regina del Museo: la stele di Rosetta. Era lì al piano terra, ma, coperta dalla folla, l'avevamo clamorosamente mancata.
Il colore della pietra assieme alla stranezza delle scritte nei tre alfabeti, hanno un che di extraterrestre che ti lascia quasi senza fiato. 
Un bel colpo di grazia, in giornate come questa, dove di fiato ne rimane veramente poco... 



P.S.: come ho detto, non ho modo di scaricare le foto fatte con la Canon e, siccome, babbo natale l'ho fotografato solo con quella, pur di farvelo vedere ve l'ho spiattellato da una fotografia fatta con l'iPhone al visore della reflex.

P.S.2:il titolo del post (per i giovani che non lo possono sapere) scimmiotta l'incipit di una canzone degli anni '60 cantata da un ben presto dimenticato Gianni Meccia.