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venerdì 7 agosto 2026

6 agosto 2026: Ciao Francesco


6 agosto 2026


Ho sempre saputo che sarebbe arrivato il momento di dare un addio definitivo al "mio" Francesco. 

Anche se una sorta di addio si era già consumato e da anni non era più lo stesso cantautore che ho tanto amato. 

Un po’ perché i suoi dischi, dal 2004 in poi, non mi hanno più trasmesso le stesse emozioni, un po’ perché mi ero anche abituato a pensare a lui come scrittore, molto lontano dai miei gusti e senza gli stessi effetti. 

Ho come accettato che la potenza delle sue parole fosse sfumata, quasi inciampando, in quelle lente e trascinate delle interviste del vecchio saggio, su al  mulino di Pavana. 

Parole sempre lucide, coltamente ironiche e lontane da ideologie, ma più adatte a riempire il taccuino di qualche interessato giornalista che il cuore di chi lo ha amato come me. 


Pensavo quindi di essere preparato. 


E invece alla morte non si è mai preparati, non ci si può nemmeno abituare così, un po’ alla volta. 

E, come sempre, dalla morte emergono solo i ricordi più belli.

 

Così oggi è un giorno davvero triste. Un giorno in cui non cerco nemmeno di ascoltare una sua canzone per non piangere. 


È così forte la mia frequentazione con i suoi dischi che quando penso a lui e alle sue canzoni, lo vedo invecchiare con me. 

Mi può accompagnare il Francesco fumante e senza barba della irriconoscibile foto di Folk Beat o quello, iconico,  “Che Guevara style” di Via Paolo Fabbri 43 (per anni è stato il manifesto dei suoi concerti). Mi trovo ad invidiare la sua statura (1 metro e 92!) nella foto da uomo maturo rinvigorito dalla gioventù della terza moglie nella copertina di “D’amore di morte e di altre sciocchezze” e ammutolisco di fronte al pudore dell’immagine dell’ultimo vero disco “L’Ultima Thule” dove lui non si vede perché non più così affascinante come un tempo. 


Non mi consola osservare che tutti, a partire dai telegiornali di Stato, ne parlano diffusamente e con bei paroloni. Molti se ne intestano, alcuni con merito, l’amicizia silenziosa, la frequentazione discreta. Parlano di poeta, di Maestro, raccontano aneddoti sulla sua vita.  

Tutti hanno qualcosa da dire su di lui. E tutti ne parlano bene come, quasi sempre, si fa di chi muore. 

Manca all’appello soltanto il Papa. 

Ma lui è americano e, a meno che non sia nato lassù nel Maine, sarà difficile che lo conosca. 


Che fosse un poeta è fuori di dubbio. 

Le sue strofe, evocano emozioni da brivido ed immagini da sogno.


Senti davvero la vampata di fuoco quando “al caldo del sole, al mare ” proietti la discesa de “la bambina portoghese” e ti si ghiaccia davvero il sangue quando, “seduto ad un tavolo da poeta francese”,  vedi “lei che si alza con un gesto finale”.


Le sue canzoni, nascondono decine di figure retoriche e  giocano continuamente ed in modo meravigliosamente armonico con la metrica. Alcune, poche per la verità, vanno lisce con strofe di endecasillabi regolari (mio vecchio amico, di giorni e pensieri, da quanto tempo che ci conosciamo…) altre, la maggioranza, giocano con la metrica come un bimbo con i Lego. 

Dodecasillabi (E correndo mi incontro lungo le scale) endecasillabi (quasi nulla mi sembro cambiato in lei) si Incontrano correndo lungo le scale di una stazione ferroviaria con gli ottonari di “come un’istante dejavù” o di “ci circondava la nebbia” che circondano (senza annebbiarli) i settenari di “ombra della gioventù” o de “la scoperta di Hemingway”. 

Classici settenari (non so che viso avesse) o endecasillabi (Lunga e diritta correva la strada)  si fondono con meno classici novenari (neppure come si chiamava) o ottonari (vicino lui sorrideva). 

Se avessi continuato i miei tardivi studi di Lettere (o se li riprenderò da vero vecchio) la mia sarebbe una tesi sui suoi componimenti musicali.


Tornando alle commemorazioni, mi fa bestemmiare  sentire che  la madre, donna, cristiana o altri fenomeni da baraccone di quella risma si dichiarano innamorati delle sue canzoni.  Lasciate in pace Guccini, per favore. 

Non fate vostro, voi che “state sempre con la ragione e mai col torto”, voi "che avete il potere, supremazia,  diritto e polizia" , ciò che non vi appartiene né ha mai voluto appartenervi.


Francesco è solo di chi, come me, ha sempre intrecciato i suoi testi con il proprio vissuto sfumando in una dolce malinconia le differenze di anni, città, donne, storie, ma sentendosi descritto e compreso da ogni singola sua parola. 


Non toccate quindi “il mio” Francesco. 

Quello che ho conosciuto assolutamente per caso nel 1973. 

Facevo la terza media. 

Ne sono abbastanza sicuro perché ho l’immagine di me che sto uscendo per recarmi a piedi a scuola, che era attaccata a casa, con la bocca ancora piena del pane e caffellatte della colazione. 

Alla radio, che a casa mia era sempre accesa, una canzone, mai sentita prima, mi aveva rapito per la melodia, così diversa dal solito, per la voce, così profonda e arrotolata sulle erre e, soprattutto, per le parole.


Immagini insolite e quasi oniriche di orchestre di motori, collane di tristezza, giovinezze fuggenti, Silvie beffeggianti e campane ossidate, mi avevano inchiodato sulla porta della cucina condannandomi all’ennesima corsa per non arrivare in ritardo alla prima ora.


Poi, la canzone era sfumata, senza concludersi, sulle parole “e se nel vento afferri la fortuna…” e mi sono risvegliato da quelle specie di viaggio in un mondo di emozioni ed immagini nuove, con la dolce voce di una speaker che chiudeva una trasmissione dal titolo “Tre minuti con…”. senza ripetere il nome del cantante. 


Ho scoperto chi fosse solo un anno dopo, grazie al mio compagno di banco della prima liceo, Giampaolo “Ciccio” Guglielmi (un pensiero anche a lui che lassù, o da qualche altra parte, sta aspettando Francesco da un paio d’anni).


Da quella radiofonica dissolvenza al vento della fortuna è iniziata una frequentazione con i testi e le musiche di Francesco, per molto, forse troppo tempo, esclusiva ed isolante, che ha arricchito la mia gioventù (e un po’ tutta la vita) di metafore ed emozioni che nessun altro poeta, cantante o scrittore è mai riuscito a darmi.

 

Si, perché, anche se la differenza di età è al limite tra quella di un possibile genitore e un improbabile fratello maggiore, le parole delle sue canzoni e, perché no, le sue melodie e la sua voce, me lo hanno sempre fatto sentire straordinariamente più vicino di un fratello e più illuminante di un genitore.


Anni dopo, riascoltando  “Un altro giorno è andato” nell’incisione originale del 1971 (Album “L’Isola non trovata”) ho verificato che, effettivamente, al minuto 3:00 cadono le parole “Nel seme al vento afferri la fortuna…”.

Che non è esattamente “e se nel vento afferri la fortuna”, ma questo è niente rispetto ai “contadini curdi” che ho sempre immaginato sfilare dal finestrino de “La Locomotiva” al posto di più plausibili “contadini curvi”.


Ma tant’è di più non sapevo fare in anni in cui non c’era il web per cercare i testi delle canzoni e quasi sempre le canzoni si ascoltavano su musicassette duplicate  in qualche modo. Molto spesso poi, nemmeno l’LP originale possedeva il testo delle canzoni contenute.


A volte, in un’epoca senza smartphone né cuffiette, le sue liriche imparate a memoria risuonavano nella mente, senza bisogno di ascoltarle, confondendosi lievemente con visi, luoghi e situazioni differenti.


Come quando mi sono tristemente trovato, solo e senza amici, al mare con la nonna. Era il 1977 e vagavo la sera con in tasca la cassetta di “Via Paolo Fabbri, 43” associando la mia solitudine alle sere tutte uguali e ai porti quasi chiusi della “Canzone quasi d’amore”.


O, ancora, come nel 1978 quando, era una domenica in settembre, sfogavo la ribellione verso i miei genitori che non volevano frequentassi una ragazza più grande di me, fingendo di avere la rivolta tra le dita e sognando di cercare un buco da un amico, un letto ad ore per vivere fino in fondo una storia d’amore che nella canzone (Eskimo) era invece già agli sgoccioli. 


Con alcuni dei miei amici più cari non potevo condividere più di tanto la mia passione, ma con altri, in particolare con Enrico Girardi, l’amore per Francesco era altrettanto forte. 


Enrico aveva, addirittura, tentato di propinare una “laurea” in testi delle canzoni di Francesco Guccini come titolo per partecipare ad un quiz televisivo. Se non ricordo male Mike Buongiorno (già preda delle destrorse lusinghe berlusconiane) lo aveva pubblicamente diffidato invitandolo decisamente a cambiare argomento. Sempre se non sbaglio, Enrico ripiegò su “Speleologia…”. Non esattamente la stessa cosa. 


Con Enrico, a proposito, eravamo stati, penso nel 1978, ad un grottesco concerto di Francesco a S. Ambrogio di Valpolicella. Suonava ancora senza band, accompagnato solo dalla sua chitarra e dal fiasco di vino. Il concerto si teneva al chiuso di un capannone diviso a metà, e per il lungo, da un muro che, ovviamente, creava due ali di pubblico. Francesco, come al solito molto ciarliero nei suoi concerti, ci scherzò sopra tutta la sera con scenette anche comiche di spostamenti e richieste alternate di applausi rivolte ad una o all’altra parte.


I suoi concerti erano spesso fonte di sketch anche di fronte a situazioni spiacevoli come quelle davanti al Teatro Laboratorio, (qualcuno mi ha fatto notare che era il 1977), con quel “i cinesi stiano zitti” urlato dal Maestrone contro gli estremisti di sinistra che cercavano di entrare urlando senza avere il biglietto. Io ero lì fuori, ma non spingevo per entrare. 


Nel 1980, in un concerto sul campo sportivo di Nogara, questa volta con tutta la band, un faro luminoso sparava il suo fascio direttamente alle spalle del batterista Ellade Bandini. Francesco non esitò a richiamare l’applauso del pubblico sull’effetto psichedelico delle orecchie a sventola del povero musicista chiedendo al tecnico delle luci di accendere e spegnere ritmicamente il faro per accentuarne l’effetto al buio!

A parte questo  sketch, ascoltai tutto il concerto ad occhi chiusi, rapito dai baci di una bellissima ragazza che è poi diventata mia moglie (poi ex) e mamma dei nostri figli. 


E, a proposito di figli, la doccia serale con Enrico, quando ancora tornavo a casa presto dal lavoro, durava giusto gli 8 minuti de La Locomotiva che assieme cantavamo (si fa per dire) a squarciagola. 

Ad un incontro pubblico con Francesco gli avevo confessato questa cosa e lui, un po’ distratto da una ammiccante ragazza certamente più interessante di me, un po’ infastidito dalla mia voglia di parlare con lui, aveva bollato la cosa con un lapidario “Accadono cose incredibili!”.


La sera del mitico concerto “Tra la Via Emilia e il West”, era il giugno 1984, vestito da capostazione  “licenziavo” un treno per Bologna resistendo alla tentazione di mollare tutto e salire su quel treno per andare anch’io in Piazza Maggiore. Quel disco è un condensato delle canzoni più belle (non amo molto Bologna e Venezia, ma sono gusti).  I suoi arrangiamenti dal vivo e le particolari variazioni nei testi che solo un amante del Maestrone sa cogliere qua e là rimangono unici


Ho vissuto con lui la trasformazione della sua  postura, dalla sedia e il fiasco all’elegante gesticolare in piedi dopo la sua apparizione, in maglione bianco, all’Opera di Parigi. Unica esperienza, un po’ fallimentare, impostagli sull’onda del più brillante successo di Paolo Conte (altro grande che non dimenticheremo in fretta). 

Le mie giacche e cravatte di “ormai uomo” ambizioso si sentivano già più a suo agio di fronte all’abbandono dell’eskimo sostituito da anonimi dolcevita bianchi o blu, perché lui odia il nero…


Ho provato tenerezza quando ha parlato con il suo papà, travestito da Van Loon, con parole che anche il mio avrebbe meritato, ma che non ho avuto il tempo di dirgli. 


Ho provato un po’ di fastidio, sono sincero, quando ha ceduto alla tentazione che ha vinto molti cantanti ed ha dedicato una canzone alle curve dritte dell’unica figlia.


Figlia, come i miei, di una donna amata molto, ma alla fine lasciata per le troppe incomprensioni che facevano sentire lei vittima di soprusi e lui cancellato.

A lei dedicò addirittura due canzoni, la prima dolce e quasi romantica (Farewell) la seconda, Quattro Stracci, molto meno dolce di Farewell e ancor meno memorabile di Eskimo. Ricordo che (ma siamo molto dopo, forse era il 2000) ascoltando assieme a me Quattro Stracci,  Laura mi disse: “ tu vedi me in questo testo, vero?”.


Prima di  Quattro stracci ci sono davvero decine di altre canzoni che dipingono, senza volerlo, momenti della mia vita. 

Quante volte ho pensato alla malagrazia naturale del cameriere di un ristorante in riva al mare o sognato di entrare in un Autogrill ed innamorarmi di una ragazza bella, di una sua bellezza acerba.

Quante volto sono stato pronto a dire “buongiorno”, a rispondere “bene”, a sorridere a “salve”, dire anch’io “come va?”.

Quante volte ho pensato “alle bandiere di foglie o alle dita di rami, contro quel cielo che dicono di Dio” ascoltando le ipocrite omelie alle messe funebri.

Quante volte ho ammirato, se non invidiato, chi ha ancora molte pagine da aprire di un libro che ho già letto…

Quante volte ho pensato che ogni cosa alla lunga mi molesta, fosse un po’ il mio sentire. 


Dopo “D’amore di morte e di altre sciocchezze” per me è iniziata una parabola non più così intensa, al punto che conosco quasi per niente “Stagioni” di cui salvo solo  Don Chisciotte, scritto con Flaco Biondini (il suo fido chitarrista). 

Il diisco è rovinato (per me ) dal contributo di Ligabue. 


Di “Ritratti” ultimo disco di inediti prima de “L’ultima Thule”  non sono mai riuscito ad avvicinare nessuna melodia, anche se, le parole di Odysseus e Piazza Alimonda fanno un pò rabbrividire.

 

Gli altri dischi sono remasterizzazioni di vecchi brani, o non memorabili registrazioni inedite, carpite in qualche osteria, ed hanno più il sapore della trovata commerciale o del tentativo del amici di farlo ancora apparire come un autentico messaggio del grande cantautore.


Dal vivo, il mio ultimo ricordo risale ad una trasferta rivoluzionaria con Luca ad Jesolo nel novembre del 2011. Lui era già stanco (infatti finì davvero sfinito La Locomotiva e non completò nemmeno il concerto di qualche giorno dopo a Bologna).

Non mancò però di farci ridere con un’invettiva sui governi tecnici (si stava insediando Monti per riparare i disastri del puttaniere) o con i 25 anni, diventati con tanto di mimo 61, nella Canzone per Piero (son tanti e diciamo, un po’ retorici che sembra ieri).

Dopo quella volta, l’ho rivisto da vivo solo in una sua fugace apparizione sul palco del concerto dei Musici, i suoi musicisti, al Teatro Romano nel 2016. Ne ho parlato, con emozione in un post in questo blog qui: https://viaggiodigiorno.blogspot.com/2016/06/i-quasi-cent-di-francesco-guccini.html

   

E triste dirlo, ma la sua parabola musicale, che ha segnato così profondamente molte emozioni della mia vita,  è sfumata in un mistero di atmosfera che è difficile afferrare nelle strofe della stessa canzone che me lo aveva fatto conoscere “la sfera di cristallo si è offuscata e l’aquilone suo non vola più”.


Voglio però ricordarlo com’era, pensare che ancora viva il Francesco degli anni migliori e salutarlo guardandomi il video di quel suo ultimo concerto ( clandestinamente da me girato quella sera).


Ciao e Grazie Francesco.


 P.S.: mi sono accorto solo ora che alcune di queste riflessioni e aneddoti li avevo giù raccontati in questo blog per gli 80 anni di Francesco. Ulteriore testimonianza che gli ho davvero voluto bene… il post è qui:


https://viaggiodigiorno.blogspot.com/2015/06/tre-minuti-con.html 


sabato 1 gennaio 2022

Otto mesi dopo: lettera ad un amore perduto.


Mio dolcissimo amore,

lascia che mi rivolga ancora a te anche se, da qualche mese, otto per l'esattezza, non sei più al nostro fianco.

So bene che avevi tutto il diritto di lasciare la nostra casa dopo quasi 15 anni.

So che eri stanca ed affaticata: si leggeva nei tuoi occhi, si capiva dai tuoi movimenti così lontani dalla luce e dalle energie dei tempi migliori.

So che mi dirai di aver dedicato tutta te stessa con slancio e senza risparmio alla nostra quotidianità e che, più di questo, non potevi davvero fare.

So, anche, che il tuo animo buono e umile non pretenderà scuse né spiegazioni per quelle che sono state le difficoltà che, anche a causa mia, hai dovuto superare e so che, solo e soltanto, serberai in cuor tuo il ricordo dei momenti belli e spensierati. 

Voglio però che tu sappia che il tuo addio mi ha lasciato un graffio che porterò per sempre dentro.

Voglio che tu sappia che sei stata, per me, per noi, la gioiosa presenza in un vuoto  che non abbiamo voluto colmare altrimenti.
Sei stata la mia “bambina”: felice, esuberante, mai capricciosa. Semmai, a volte, testarda.
Come quando, fin da subito, mi hai fatto capire di non gradire la tua prima “cameretta” ed hai affermato la tua personalità, disponibile ed obbediente, ma ferma e convinta dei suoi diritti.

Voglio che tu sappia che penso spesso a tutti i giochi che abbiamo scoperto assieme,
Come quando, con i tuoi “fratelli”, allora piccolini, inventavamo un gioco di nascondino e non c’era modo di ingannare il tuo fiuto così infallibile.
O quando, mille volte, ti ho costretta a fare un’elegante giravolta e tu ti accontentavi, riconoscente, di un piccolo pezzo di pane.

Voglio che tu sappia che sei stata, a volte, un riferimento esperto, esempio di guida e resistenza.
Come quando, perduti nei boschi dell’Isola d’Elba, hai condotto me e tuo “fratello” fuori da un labirinto che non riuscivamo diversamente a superare.
O quando, nelle gite con la “mamma” colmavi con le tue continue rincorse gli spazi che si creavano tra lei e me e ti fermavi, preoccupata, ad aspettarci ad ogni curva.

Sei stata paziente e comprensiva nell’accogliermi festante dopo lunghe assenze o nell’accontentarmi, obbediente, in qualcuno dei tanti giochi che ti ho imposto, a volte capricciosi e contestati dagli altri, come la famosa esplorazione dei bordi della tavola. 

Di ogni tavola.

Sei stata, sempre, il significato stesso di ritrovare casa, quando riconoscevi ogni volta, fosse Monaco, Milano, Peschiera e persino Mestre, il nido dove noi stavamo bene e tu con noi.

Sei stata, pensandoci ora, l’essenza stessa di questo lungo tempo trascorso dal momento in cui sei entrata nella nostra vita. Hai accompagnato silenziosa e fedele lo scorrere delle giornate, diventando, giorno dopo giorno, una parte di me. Quella con la quale potevo esprimermi  indifferentemente con un fortissimo abbraccio od un leggero calcio, consapevole che erano entrambi dati ed accolti come un gesto d’amore.

Voglio infine che tu sappia che sei stata molto più di tutto questo.
E sei stata molto più per tutti noi, presi assieme, di quello che sei stata per ciascuno di noi, come individuo. Un tratto immaginario che ha unito, modellandosi con semplicità naturale, le cinque personalità  di questa famiglia, un po’ complessa e, come si dice, non naturale. 

Mi è costato, ci è costato molto accettare di lasciarti andare. 

Ancor di più aiutarti a farlo, preparando controvoglia la tua partenza, un po’ improvvisa, ma non più rimandabile.

Penso spesso al momento dell’addio. Penso al fatto che non abbiamo voluto viverlo fino in fondo e, allora, mi piace pensare che, in realtà, hai cambiato idea e, alla fine, non sei partita, ma sei ancora in giro, da qualche parte, che ti godi un po’ di  libertà.

Buon viaggio Asia, ovunque tu sia.


P.S.: Asia ci ha lasciato il 1 aprile del 2021. So distinguere l'amore per un umano da quello per un animale. E so distinguere il dolore per la perdita di un umano da quello per un animale. È lei che abbraccio nella foto di sfondo di questo blog ed è lei che bacio nella foto profilo di Twitter. 

 

domenica 22 agosto 2021

Il colpo di spugna

Forse è normale, quando una vita finisce,  rimuoverne i brutti ricordi, cancellarne i fatti sgradevoli, dimenticare i torti ricevuti. 

Forse è anche normale, quando ti svegli da solo, accorgerti che non c’è niente da rimuovere, cancellare, dimenticare. 


E forse è normale, quando questo succede, provare lo smarrimento di chi vede smascherato ogni alibi. 


Io non credevo fosse così. 


Pensavo bastasse rimanere aggrappato al baratro della sua malattia, osservando con freddo distacco il suo lento, inesorabile rotolamento, per accumulare emozioni utili a non soffrire in questo momento.


Emozioni legate a brutti ricordi, come le foto di un volto cambiato dal tempo e sfigurato dal morbo, che offendevano la sua bellezza naturale da diva. 


O quelle connesse a fatti sgradevoli , come quando mi sentivo chiamare col nome di suo marito, il mio papà.


Dai vecio, andémo a casa che i buteleti i ne speta” mi diceva ogni dieci minuti in piedi davanti alla porta in quei lunghissimi, insopportabili giorni in cui era il mio turno accudirla e ancora non capivo che era malata. 


Quel “vecio”, era il soprannome del mio papà che, peraltro, non l’ho mai sentito chiamarla “Liliana”, ma solo, anche lui, “vecia” o, più spesso, “Bepa”. Sentirla chiamarmi così era una cosa che mi faceva bollire il sangue. 


Credevo che bastassero emozioni recenti di torti subiti, come quando il suo scivolare nell’incoscienza ha spento anche quell’ultimo barlume di presenza che le permetteva di darmi un bacio a richiesta. 

O di rispondere con un perentorio

  “E parché!!!” 

al mio irrispettoso ed impertinente 

“Mama, ma ridotta così elo mia mejo morir?”


Pensavo, insomma, che tutto questo sarebbe bastato per guardare oggi, con sollievo e senza tremori, al momento del distacco. 


E invece sbagliavo. 


La fine di tutto è il colpo di spugna che elimina le striature più amare. 


E, quando ti svegli da solo, le nere visioni accumulate là dentro il burrone, sbiadiscono d’un tratto, travolte e ricoperte dalla luce dei ricordi più belli. 


Così, di colpo, il dolore è più forte di ogni corazza.

Così, di colpo, capisci che la sua impronta di luce una volta così luminosa e che pensavi offuscata, era solo mutata nella sua forza vitale.


Quella forza che le ha fatto vivere quest’ultimo scampolo di sofferta esistenza senza chiedere niente, ma, come sempre, donando tutto ciò che poteva. 

Anche solo il piacere che offriva nel vederla gustare una caramella o cibarsi da sola senza pretendere l’accanimento di aiuti così comuni in queste tragedie.

O, infine, il gesto di inconsapevole, ma spontaneo amore, che le ha fatto esalare l’ultimo respiro solo dopo aver ricevuto, senza alcuna ragione pressante, la visita di noi tre, suoi figli.


Grazie Mamma, perché  anche questo dolore così penetrante da bucare ogni corazza, è , in fondo, il dono più “giusto” che la linea di una lunga vita possa offrire ad un figlio. 

Ora puoi passeggiare, nel mondo dei nostri ricordi assieme a lui che, sempre lì, nei nostri ricordi ti aspettava ogni giorno da ormai molto tempo.




domenica 31 maggio 2020

Piccola Storia Ignobile

Per chi non ha voglia di leggere, si tratta di una Piccola Storia su un ennesimo gesto onesto commesso da un ragazzo immigrato.
Da parte sua, non c'è proprio niente di ignobile.
In questo, con disprezzo di chi ne fa un programma, purtroppo vengo prima io italiano.

20 euro.
Non c'entrano molto con questa storia, ma questa è, più o meno, la tariffa per un taglio di capelli.
Sfilo la banconota dal mio portafoglio che contiene solo 60 euro in contanti, ma scoppia di tessere, carte, documenti plastificati e porgo i 20 euro a Luca che, con un ciuffo trascurato dal lockdown e dalla clausura pre-esame li intasca e ci fa sopra una battuta da adolescente che riceve la  paghetta.

Ripongo poi il portafoglio nella tasca del mio giubbino da moto e mi ri-immergo nel turbine dello smart working.

Verso sera, per la verità un po' stufo di contare savings, tagli e fare piani che chissà quante volte cambieranno, decido di prendere un po' d'aria e puntare con la moto dalle parti del centro.
Penso ai bar dalle parti di San Zeno, dove Instagram mi mostra un Luca felice e sorridente sorseggiare uno spritz di festeggiamento per la  felice conclusione di mesi di studio e delle due settimane di esami.

E' da molto che non uso la mia Heidi, una vecchia Sporster Custom 883 a carburatore.
Sarà anche per questo che, a metà strada circa, finisco la benzina e devo, come facevo con la mia Vespa anni '70, piegarmi a ruotare la valvola del serbatoio verso la riserva.

Arrivato in piazza San Zeno, giro a piedi un po' distratto ed incuriosito dalla rinascita di vita della zona. Mascherata, ma esuberante, una folla di bambini ronza con le bici nella zona sgombra di auto.

Altri bambini, più cresciuti, sorseggiano aperitivi seduti ai tavolini dei bar, distanziati di quel poco da far sembrare che niente sia accaduto.
Capiremo molto in fretta quanto, e se, pagheremo questa voglia di dimenticare che il virus è ancora qui ed uccide non soltanto le nostre radici, ma minaccia, soprattutto, il nostro futuro.

Tra gli ospiti dei bar non trovo Luca.
Non ho voglia di bere qualcosa da solo e mi rimetto in sella, appuntandomi nella mente il bisogno di fare benzina al primo distributore. Conosco bene l'autonomia di Heidi e so che non consente di percorrere grandi distanze con il mezzo litro della riserva.
L'appunto  dura però solo il tempo di ingranare la prima: arrivo infatti a casa senza soste (né rifornimenti) e senza aver messo mano al portafoglio,  né per l'aperitivo, né per il carburante.

È ora di cena e in piano c'è una pizza da asporto anche con Luca e Maria.

Quando esco per ritirare la pizza, faccio per estrarre il portafoglio dalla tasca del giubbino.

Non lo trovo e capisco subito di averlo perso.
Probabilmente è scivolato fuori durante la mia corsa in moto (ché col distanziamento sociale nessuno mi ha mai sfiorato) ma va a sapere in che punto del tragitto.
Mi rendo conto quindi della gravità del fatto, e, come sempre mi accade nei momenti di difficoltà, prevale in me un'assoluta lucidità.
Nessuna siracca, né imprecazione.
Solo una chirurgica e distaccata dissezione di ogni anfratto della casa in cui ho la speranza che il taccuino possa essere caduto prima di uscire.

Elisabetta, abituata alle mie roboanti siracche in situazioni ben meno gravi, quasi si infastidisce per la glaciale indifferenza e lucida determinazione nel seguire una sorta di check list da astronauta che guida le mie mosse in quei momenti.

Avuta la certezza che il portafoglio non è in casa, inizio la manovra di blocco delle carte bancomat e di credito.

Tutto è molto semplice ed efficiente, ma essendo la prima volta che perdo una cosa così importante, il vero giramento di palle (sempre senza siracche) parte al pensiero di denunciare e rifare tutto il resto dei documenti, patente, tessera sanitaria, carta di identità, persino la tessera della Metro di un'amica che ho ancora io.

Cerco di mitigare l'ansia da burocrazia coltivando, con un briciolo di ottimismo, la speranza che qualcuno ritrovi il mio taccuino assieme al modo di farmelo riavere.

Ed è proprio in quel momento che squilla il telefono di casa.

In questi mesi di lockdown/smart working il telefono fisso squilla spesso e quasi sempre non rispondo perché il numero sconosciuto ha tutta l'aria di essere quello di uno dei mille call center che ti propongono cambi di operatore o guanciali per la cervicale.

Ma, questa volta, il numero sembra quello di un cellulare italiano, 347....

Rispondo calmo ed il mio interlocutore,  con un fortissimo accento veronese ed una altrettanto forte inclinazione dialettale mi saluta e si presenta come lo ... spazzacamino.

Ricollego immediatamente la voce a quella dell'artigiano che, poco più di un anno fa, è venuto con il figlio a pulire, con le spazzole dell'amico di Mary Poppins, le canne fumarie del mio camino.
Certo, mi ricordo di lui ed è un piacere sentirlo, ma il camino non è certo il mio pensiero in questo momento.

Con la voce un pò agitata mi racconta di aver ricevuto una telefonata da un certo Jensen, del Ghana, il quale ha trovato un portafoglio contenente un foglietto con il suo numero ed i documenti di un certo Diego Donisi.
E lui, lo spazzacamino, che non ricordava nulla del mio nome, ha cercato su internet, trovato il mio numero di casa ed ora mi sta chiamando per darmi il numero di Jensen.

Jensen che sta aspettando la mia chiamata.

Lo chiamo subito.

Mi risponde la voce di un ragazzo, in un italiano incerto e timido.
Chiedo se ha lui il mio portafoglio.
Mi risponde di si e mi spiega dove trovarlo.
Mi dà il nome di un albergo, storpiandolo in modo che fatico a decifrarlo.
Mi parla di un campo in Zai, una zona industriale alla periferia sud di Verona.

Controllo su internet ed un albergo con quel nome esiste, ma è dato "chiuso per sempre".
Quella dicitura, assieme al riferimento ad un campo,  mi insospettisce ed inizio a pensare ad un trabocchetto.

La sua voce  però, per quanto incerta, non mi lascia alcuna paura, anzi, mi trasmette solo un senso di fiducia che ricambio senza più pensare a situazioni pericolose.

Inforco Heidi e mi dirigo verso questo fantomatico campo.

Prima di partire però, chiedo ad Elisabetta di prestarmi 50 euro, sicuro di volerli dare in cambio del mio portafoglio molto probabilmente ritrovato vuoto dei pochi contanti.

Durante il breve tragitto i miei pensieri sull'albergo chiuso ed il campo in cui mi aspetta Jensen si incrociano con una pattuglia di polizia, ferma ai lati dello stradone.
Per un attimo penso di chiedere loro se sto facendo la cosa giusta, ma vinco subito quell'inconscia diffidenza con la forza della fiducia in quella voce così giovane ed incerta.

Arrivo in pochi minuti al punto concordato.

Parcheggio Heidi ed inizio ad osservare dove sono capitato.
Si tratta, in effetti, di un albergo. Di campi, però, non c'è nemmeno l'ombra.
Certo non è un hotel a 5 stelle, ma l'edificio è nuovo e fresco di tinteggiatura.
Intuisco che si tratta di un albergo requisito per dare ospitalità a degli immigrati.

Dalle finestre delle stanze si intravede un contesto vitale, ma ordinato. Sembra quasi profumare.

Affacciata alla finestra del primo piano, una bella ragazza conversa amabilmente in una lingua che non decifro con un ragazzo che staziona in piedi a pochi metri da me.

Provo a chiedere se è lui Jensen, ma, più scocciato dalla mia interruzione del suo corteggiamento che interessato a rispondermi, mi fa segno che non capisce.

Decido di fare allora di nuovo il numero di Jensen e di chiamarlo al cellulare.
Mi risponde subito con la sua voce da ragazzo ed un incerto  "arrivo!".

Capisco che è lui per la mano che tiene in tasca quando esce dal portone dell'albergo indossando una mascherina chiara.

Una volta vicino a me, infatti, estrae la mano e mi porge il portafoglio.

Non lo afferrò subito anche perché il mio sguardo è attirato ed abbagliato dal nero dei suo occhi che mi osservano, come esitanti, dal bordo della mascherina.
Sono occhi che non sorridono e mi proiettano per un attimo in una storia di sofferenze, ma la loro luce è fiera e mi conferma, anzi amplifica, quel senso di fiducia che la sua voce mi ha trasmesso fin dal primo momento.

Esito ancora a prendere il portafoglio e ad offrirgli la banconota da 50 euro che ora tengo in mano.

Ho paura di offenderlo, ma dò per certo che il portafoglio sia finito nelle sue mani già svuotato dei 40 euro.

Finalmente mi decido, prendo il portafoglio e gli offro la banconota.
Lui, all'inizio, mi fa segno di non volerla e mi invita, con un gesto,  a controllare che ci sia tutto.
È così che apro la cerniera del taccuino e scopro che ci sono ancora i 40 euro.

Devo aver trasmesso, al di sopra della mascherina, tutta la mia gioia per quella scoperta.

Non certo per la cifra ritrovata, ma per l'onestà  che, in tutta questa storia, Jensen ha dimostrato.

E' stato un attimo, i suoi occhi neri straordinariamente luminosi hanno corrisposto alla gioia del mio sguardo e si sono accesi in un sorriso che non dimenticherò mai.
Il gesto di un abbraccio reciproco è partito spontaneo da entrambi, ma si è subito smorzato perché la mascherina ci ha ricordato che il virus impedisce ancora di essere fino in fondo umani.
Allora gli ho dato, assieme a tutte le banconote, un amichevole pugnetto sulla spalla e lui mi ha istintivamente teso la mano che io ho preso e stretto tra le mie.

Poi ci siamo salutati ed io ho ripreso la via di casa, senza soldi per la benzina, con le carte ormai bloccate, ma felice al pensiero di tornare, fosse anche a piedi, con tutti i miei documenti e, soprattutto, con la ricchezza che il gesto e lo sguardo di Jensen mi hanno regalato.

Mi rimane da spiegare il perché dell'attributo "ignobile"  di questa (non tanto) Piccola Storia.
Non è certo per ricordare il titolo di una canzone del mio amato Francesco (a tutt'altro dedicata).

Ignobile è il gusto che mi ha lasciato in bocca, poi, più tardi, il fatto di aver liquidato la luce di quegli occhi neri con il solo e banale gesto di una ricompensa.
Vorrei aver fatto e poter fare molto di più. Vorrei avere un'azienda ed offrirgli un lavoro. Vorrei, vorrei...
Ma con i vorrei sono lastricate le strade delle ipocrite buone intenzioni.
Che di solito sono soltanto, appunto, ignobili.

Magari, questo racconto, potrà colpire qualcuno meno ignobile di me e con più possibilità di aiutare questo ragazzo non solo con gli spiccioli di un'elemosina.

Se così fosse, io, il numero di Jensen, non l'ho cancellato.




















sabato 25 aprile 2020

25 aprile



Il 25 aprile del 1945, il mio papà (quello più alto nella foto) non aveva ancora 15 anni.
Il suo corpo di adolescente, già fatto uomo, appariva ancor più slanciato dalle forme che la fame gli aveva modellato addosso.

Quella sera, il rosso di un tramonto ne accompagnava il rientro solitario verso la sua casa di Tombetta, un quartiere popolare a sud di Verona.

Indossava una camicia ed un paio di calzoni lunghi appartenuti al padre.

Costretto da sempre a vestire braghe corte, quelle di quel giorno, lunghe,  da uomo, sdrucite e rattoppate, erano per lui il segno di una liberazione da una adolescenza funestata da guerra e povertà.
Erano come il passaporto di ingresso nell'età adulta.

Rincasava camminando lentamente, frastornato dagli eventi di quella iornata particolare.

Aveva osservato, stupito, le lunghe colonne di camion militari degli Alleati sfilare scenograficamente nella via di accesso alla città, tra le ali di una folla scalcagnata, ma festosa e sorridente.
Aveva udito,  disorientato, le grida felici e liberatorie della stessa gente resa guardinga e silenziosa da anni di guerra ed occupazione. 
Quella vista e quei rumori, così lontani dalle violenze dei combattimenti e dal sibilo delle bombe, disorientavano i suoi sentimenti in un modo nuovo ed inaspettato.

Le armi, come per incanto apparse nelle mani di vicini di casa o brandite orgogliosamente da  sconosciuti partigiani finalmente a viso aperto, sventolavano nell'aria assieme ai fazzoletti delle donne dalla cenere sbiancati.
Solo il suo sguardo era guidato da quei movimenti, non i suoi gesti.

Il bianco dei fazzoletti, bandiere finalmente liberate dal simbolo di una monarchia vigliacca e connivente, contrastava col il nero della sua camicia, su cui mio padre abbassò lo sguardo avvicinandosi a quella casa dove era rimasto, rintanato, il suo papà.

Lui, il mio nonno, non poteva uscire a festeggiare.
Era sempre stato dall'altra parte.
Dalla marcia su Roma, alle guerre d'Africa, dalle colonie e fino  alla milizia ferroviaria, lui aveva fatto la scelta nera, come la camicia che in quel momento stava annebbiando lo sguardo del mio papà.

Che camminava così, immerso in quel nero.

Come un automa, un passo dopo l'altro, era indeciso se essere felice per la fine di un incubo o disperato per il crollo violento di quei miti paterni.
Non sapeva da che parte stare, lui che aveva così amorevolmente assolto un padre a cui era legato da  un travolgente sentimento di ammirazione.

Era ormai vicino a casa.
Sempre assorto in pensieri dilanianti.
Ma non più solo.

Dietro lui, uno di quei vicini,  uno di quei partigiani, si era staccato dalla folla, imbracciando, ormai senza timore, un'arma per troppo tempo nascosta.
Lo stava seguendo con lo sguardo del cacciatore che, finalmente, ha trovato la sua preda.
Stava puntando il fucile e mirando alle spalle di quel ragazzo che, a causa del nero della camicia e della somiglianza nei movimenti, aveva scambiato per il mio nonno.
Lo aveva nel mirino e lo stava trasformando, in quella irrefrenabile euforia da liberazione, in un nemico da giustiziare proprio lì davanti a casa.

Il suo dito accarezzò il grilletto.

Fece un respiro profondo  e...

Sono qui, e posso scrivere queste righe, perché una donna, sì, UNA DONNA, accortasi della cosa e capito l'orrore (e l'errore) che si stava commettendo, si parò davanti al giustiziere, gridando con quanta voce aveva in corpo: "Fermo! Fermo!  Non sparare! Quello non è Adelino, il fascista,  ma suo figlio, Damiano! L'è solo un butèl! (è solo un ragazzo!)".

L'uomo, forse scosso da quelle grida, si risvegliò dal delirio della violenza che stava compiendo ed abbassò l'arma, voltò le spalle e se ne andò,

A me piace però pensare che, colpito dal coraggio di quella Donna, a cui anch'io in un certo senso devo la vita,  capì che la sua vera forza sarebbe stata quella di perdonare e rinunciò per sempre a quel proposito di vendetta.
Mi piace pensarlo anche perché non fece, mai, quei pochi passi che lo separavano dalla camera dove la ragione della sua rabbia stava nascosta.

Da quel giorno il mio nonno visse un po' dimesso, come a vergognarsi del suo passato, e morì, per me vecchio e malato, nel 1966.  
Di lui ho un ricordo buio e severo. Stava seduto silenziosamente in un angolo del bar/trattoria della mia nonna.

Chissà quante volte e come, in tutto quel tempo che gli fu regalato dalla fine della guerra, il suo sguardo avrà incrociato quello del mancato giustiziere e chissà se ed in che modo avrà ringraziato quella Donna che lo salvò dal dolore più grande.

Mio padre, che non ha mai voluto raccontarmi di persona questa storia, non mi ha nemmeno mai narrato mezza delle pur tante gesta fasciste del suo papà.
Se ne vergognava pure lui e, senza averle dimenticate né rimosse (ché, ogni tanto, si lasciava scappare il suo giudizio negativo per quelle idee di violenza, sopraffazione e razzismo) le ha tenute sempre per sé con quel riserbo un po' burbero e tenebroso che era il suo solo modo di essere dolce.

Mi ha trasmesso però, nel breve squarcio in cui ho goduto della sua esistenza, la forza dell'amore che perdona, senza dimenticarlo, ogni errore  (quanti me ne ha perdonati con immensa generosità in quei 22 anni che abbiamo vissuto assieme...).

Coraggio, perdono, ricordo.

Tre sentimenti difficili da vivere. Soprattutto non è per me il perdono per i protagonisti ed i gesti conseguenti a quelle idee né, tanto meno, per chi, oggi, non le rinnega apertamente.
Sono sentimenti che accendono la luce necessaria a vincere le tenebre di questo periodo così difficile, non solo per la pandemia, ma, in modo molto più pericoloso, per tutti i fascismi che vogliono vigliaccamente e imperdonabilmente, cancellare questo 25 aprile ed il suo unico significato di festa di liberazione dal fascismo.


P.S.: il 25 aprile del 1945, il mio nonno materno, di cui ho un ricordo loquace e luminoso, andava a recuperare, nascosta da una pietra e protetta in qualche modo, la sua tessera del Partito Comunista. L'aveva occultata perché lui, con 4 figli, non se l'era sentita di lasciarli in preda alla fame ritirandosi a combattere sulle montagne. Per lui, figlio di un macchinista ferroviere anarchico (non so che viso avesse...) una mancanza di coraggio che, forse, non si è mai perdonato. Ma questa è un'altra storia...