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venerdì 7 agosto 2026

6 agosto 2026: Ciao Francesco


6 agosto 2026


Ho sempre saputo che sarebbe arrivato il momento di dare un addio definitivo al "mio" Francesco. 

Anche se una sorta di addio si era già consumato e da anni non era più lo stesso cantautore che ho tanto amato. 

Un po’ perché i suoi dischi, dal 2004 in poi, non mi hanno più trasmesso le stesse emozioni, un po’ perché mi ero anche abituato a pensare a lui come scrittore, molto lontano dai miei gusti e senza gli stessi effetti. 

Ho come accettato che la potenza delle sue parole fosse sfumata, quasi inciampando, in quelle lente e trascinate delle interviste del vecchio saggio, su al  mulino di Pavana. 

Parole sempre lucide, coltamente ironiche e lontane da ideologie, ma più adatte a riempire il taccuino di qualche interessato giornalista che il cuore di chi lo ha amato come me. 


Pensavo quindi di essere preparato. 


E invece alla morte non si è mai preparati, non ci si può nemmeno abituare così, un po’ alla volta. 

E, come sempre, dalla morte emergono solo i ricordi più belli.

 

Così oggi è un giorno davvero triste. Un giorno in cui non cerco nemmeno di ascoltare una sua canzone per non piangere. 


È così forte la mia frequentazione con i suoi dischi che quando penso a lui e alle sue canzoni, lo vedo invecchiare con me. 

Mi può accompagnare il Francesco fumante e senza barba della irriconoscibile foto di Folk Beat o quello, iconico,  “Che Guevara style” di Via Paolo Fabbri 43 (per anni è stato il manifesto dei suoi concerti). Mi trovo ad invidiare la sua statura (1 metro e 92!) nella foto da uomo maturo rinvigorito dalla gioventù della terza moglie nella copertina di “D’amore di morte e di altre sciocchezze” e ammutolisco di fronte al pudore dell’immagine dell’ultimo vero disco “L’Ultima Thule” dove lui non si vede perché non più così affascinante come un tempo. 


Non mi consola osservare che tutti, a partire dai telegiornali di Stato, ne parlano diffusamente e con bei paroloni. Molti se ne intestano, alcuni con merito, l’amicizia silenziosa, la frequentazione discreta. Parlano di poeta, di Maestro, raccontano aneddoti sulla sua vita.  

Tutti hanno qualcosa da dire su di lui. E tutti ne parlano bene come, quasi sempre, si fa di chi muore. 

Manca all’appello soltanto il Papa. 

Ma lui è americano e, a meno che non sia nato lassù nel Maine, sarà difficile che lo conosca. 


Che fosse un poeta è fuori di dubbio. 

Le sue strofe, evocano emozioni da brivido ed immagini da sogno.


Senti davvero la vampata di fuoco quando “al caldo del sole, al mare ” proietti la discesa de “la bambina portoghese” e ti si ghiaccia davvero il sangue quando, “seduto ad un tavolo da poeta francese”,  vedi “lei che si alza con un gesto finale”.


Le sue canzoni, nascondono decine di figure retoriche e  giocano continuamente ed in modo meravigliosamente armonico con la metrica. Alcune, poche per la verità, vanno lisce con strofe di endecasillabi regolari (mio vecchio amico, di giorni e pensieri, da quanto tempo che ci conosciamo…) altre, la maggioranza, giocano con la metrica come un bimbo con i Lego. 

Dodecasillabi (E correndo mi incontro lungo le scale) endecasillabi (quasi nulla mi sembro cambiato in lei) si Incontrano correndo lungo le scale di una stazione ferroviaria con gli ottonari di “come un’istante dejavù” o di “ci circondava la nebbia” che circondano (senza annebbiarli) i settenari di “ombra della gioventù” o de “la scoperta di Hemingway”. 

Classici settenari (non so che viso avesse) o endecasillabi (Lunga e diritta correva la strada)  si fondono con meno classici novenari (neppure come si chiamava) o ottonari (vicino lui sorrideva). 

Se avessi continuato i miei tardivi studi di Lettere (o se li riprenderò da vero vecchio) la mia sarebbe una tesi sui suoi componimenti musicali.


Tornando alle commemorazioni, mi fa bestemmiare  sentire che  la madre, donna, cristiana o altri fenomeni da baraccone di quella risma si dichiarano innamorati delle sue canzoni.  Lasciate in pace Guccini, per favore. 

Non fate vostro, voi che “state sempre con la ragione e mai col torto”, voi "che avete il potere, supremazia,  diritto e polizia" , ciò che non vi appartiene né ha mai voluto appartenervi.


Francesco è solo di chi, come me, ha sempre intrecciato i suoi testi con il proprio vissuto sfumando in una dolce malinconia le differenze di anni, città, donne, storie, ma sentendosi descritto e compreso da ogni singola sua parola. 


Non toccate quindi “il mio” Francesco. 

Quello che ho conosciuto assolutamente per caso nel 1973. 

Facevo la terza media. 

Ne sono abbastanza sicuro perché ho l’immagine di me che sto uscendo per recarmi a piedi a scuola, che era attaccata a casa, con la bocca ancora piena del pane e caffellatte della colazione. 

Alla radio, che a casa mia era sempre accesa, una canzone, mai sentita prima, mi aveva rapito per la melodia, così diversa dal solito, per la voce, così profonda e arrotolata sulle erre e, soprattutto, per le parole.


Immagini insolite e quasi oniriche di orchestre di motori, collane di tristezza, giovinezze fuggenti, Silvie beffeggianti e campane ossidate, mi avevano inchiodato sulla porta della cucina condannandomi all’ennesima corsa per non arrivare in ritardo alla prima ora.


Poi, la canzone era sfumata, senza concludersi, sulle parole “e se nel vento afferri la fortuna…” e mi sono risvegliato da quelle specie di viaggio in un mondo di emozioni ed immagini nuove, con la dolce voce di una speaker che chiudeva una trasmissione dal titolo “Tre minuti con…”. senza ripetere il nome del cantante. 


Ho scoperto chi fosse solo un anno dopo, grazie al mio compagno di banco della prima liceo, Giampaolo “Ciccio” Guglielmi (un pensiero anche a lui che lassù, o da qualche altra parte, sta aspettando Francesco da un paio d’anni).


Da quella radiofonica dissolvenza al vento della fortuna è iniziata una frequentazione con i testi e le musiche di Francesco, per molto, forse troppo tempo, esclusiva ed isolante, che ha arricchito la mia gioventù (e un po’ tutta la vita) di metafore ed emozioni che nessun altro poeta, cantante o scrittore è mai riuscito a darmi.

 

Si, perché, anche se la differenza di età è al limite tra quella di un possibile genitore e un improbabile fratello maggiore, le parole delle sue canzoni e, perché no, le sue melodie e la sua voce, me lo hanno sempre fatto sentire straordinariamente più vicino di un fratello e più illuminante di un genitore.


Anni dopo, riascoltando  “Un altro giorno è andato” nell’incisione originale del 1971 (Album “L’Isola non trovata”) ho verificato che, effettivamente, al minuto 3:00 cadono le parole “Nel seme al vento afferri la fortuna…”.

Che non è esattamente “e se nel vento afferri la fortuna”, ma questo è niente rispetto ai “contadini curdi” che ho sempre immaginato sfilare dal finestrino de “La Locomotiva” al posto di più plausibili “contadini curvi”.


Ma tant’è di più non sapevo fare in anni in cui non c’era il web per cercare i testi delle canzoni e quasi sempre le canzoni si ascoltavano su musicassette duplicate  in qualche modo. Molto spesso poi, nemmeno l’LP originale possedeva il testo delle canzoni contenute.


A volte, in un’epoca senza smartphone né cuffiette, le sue liriche imparate a memoria risuonavano nella mente, senza bisogno di ascoltarle, confondendosi lievemente con visi, luoghi e situazioni differenti.


Come quando mi sono tristemente trovato, solo e senza amici, al mare con la nonna. Era il 1977 e vagavo la sera con in tasca la cassetta di “Via Paolo Fabbri, 43” associando la mia solitudine alle sere tutte uguali e ai porti quasi chiusi della “Canzone quasi d’amore”.


O, ancora, come nel 1978 quando, era una domenica in settembre, sfogavo la ribellione verso i miei genitori che non volevano frequentassi una ragazza più grande di me, fingendo di avere la rivolta tra le dita e sognando di cercare un buco da un amico, un letto ad ore per vivere fino in fondo una storia d’amore che nella canzone (Eskimo) era invece già agli sgoccioli. 


Con alcuni dei miei amici più cari non potevo condividere più di tanto la mia passione, ma con altri, in particolare con Enrico Girardi, l’amore per Francesco era altrettanto forte. 


Enrico aveva, addirittura, tentato di propinare una “laurea” in testi delle canzoni di Francesco Guccini come titolo per partecipare ad un quiz televisivo. Se non ricordo male Mike Buongiorno (già preda delle destrorse lusinghe berlusconiane) lo aveva pubblicamente diffidato invitandolo decisamente a cambiare argomento. Sempre se non sbaglio, Enrico ripiegò su “Speleologia…”. Non esattamente la stessa cosa. 


Con Enrico, a proposito, eravamo stati, penso nel 1978, ad un grottesco concerto di Francesco a S. Ambrogio di Valpolicella. Suonava ancora senza band, accompagnato solo dalla sua chitarra e dal fiasco di vino. Il concerto si teneva al chiuso di un capannone diviso a metà, e per il lungo, da un muro che, ovviamente, creava due ali di pubblico. Francesco, come al solito molto ciarliero nei suoi concerti, ci scherzò sopra tutta la sera con scenette anche comiche di spostamenti e richieste alternate di applausi rivolte ad una o all’altra parte.


I suoi concerti erano spesso fonte di sketch anche di fronte a situazioni spiacevoli come quelle davanti al Teatro Laboratorio, (qualcuno mi ha fatto notare che era il 1977), con quel “i cinesi stiano zitti” urlato dal Maestrone contro gli estremisti di sinistra che cercavano di entrare urlando senza avere il biglietto. Io ero lì fuori, ma non spingevo per entrare. 


Nel 1980, in un concerto sul campo sportivo di Nogara, questa volta con tutta la band, un faro luminoso sparava il suo fascio direttamente alle spalle del batterista Ellade Bandini. Francesco non esitò a richiamare l’applauso del pubblico sull’effetto psichedelico delle orecchie a sventola del povero musicista chiedendo al tecnico delle luci di accendere e spegnere ritmicamente il faro per accentuarne l’effetto al buio!

A parte questo  sketch, ascoltai tutto il concerto ad occhi chiusi, rapito dai baci di una bellissima ragazza che è poi diventata mia moglie (poi ex) e mamma dei nostri figli. 


E, a proposito di figli, la doccia serale con Enrico, quando ancora tornavo a casa presto dal lavoro, durava giusto gli 8 minuti de La Locomotiva che assieme cantavamo (si fa per dire) a squarciagola. 

Ad un incontro pubblico con Francesco gli avevo confessato questa cosa e lui, un po’ distratto da una ammiccante ragazza certamente più interessante di me, un po’ infastidito dalla mia voglia di parlare con lui, aveva bollato la cosa con un lapidario “Accadono cose incredibili!”.


La sera del mitico concerto “Tra la Via Emilia e il West”, era il giugno 1984, vestito da capostazione  “licenziavo” un treno per Bologna resistendo alla tentazione di mollare tutto e salire su quel treno per andare anch’io in Piazza Maggiore. Quel disco è un condensato delle canzoni più belle (non amo molto Bologna e Venezia, ma sono gusti).  I suoi arrangiamenti dal vivo e le particolari variazioni nei testi che solo un amante del Maestrone sa cogliere qua e là rimangono unici


Ho vissuto con lui la trasformazione della sua  postura, dalla sedia e il fiasco all’elegante gesticolare in piedi dopo la sua apparizione, in maglione bianco, all’Opera di Parigi. Unica esperienza, un po’ fallimentare, impostagli sull’onda del più brillante successo di Paolo Conte (altro grande che non dimenticheremo in fretta). 

Le mie giacche e cravatte di “ormai uomo” ambizioso si sentivano già più a suo agio di fronte all’abbandono dell’eskimo sostituito da anonimi dolcevita bianchi o blu, perché lui odia il nero…


Ho provato tenerezza quando ha parlato con il suo papà, travestito da Van Loon, con parole che anche il mio avrebbe meritato, ma che non ho avuto il tempo di dirgli. 


Ho provato un po’ di fastidio, sono sincero, quando ha ceduto alla tentazione che ha vinto molti cantanti ed ha dedicato una canzone alle curve dritte dell’unica figlia.


Figlia, come i miei, di una donna amata molto, ma alla fine lasciata per le troppe incomprensioni che facevano sentire lei vittima di soprusi e lui cancellato.

A lei dedicò addirittura due canzoni, la prima dolce e quasi romantica (Farewell) la seconda, Quattro Stracci, molto meno dolce di Farewell e ancor meno memorabile di Eskimo. Ricordo che (ma siamo molto dopo, forse era il 2000) ascoltando assieme a me Quattro Stracci,  Laura mi disse: “ tu vedi me in questo testo, vero?”.


Prima di  Quattro stracci ci sono davvero decine di altre canzoni che dipingono, senza volerlo, momenti della mia vita. 

Quante volte ho pensato alla malagrazia naturale del cameriere di un ristorante in riva al mare o sognato di entrare in un Autogrill ed innamorarmi di una ragazza bella, di una sua bellezza acerba.

Quante volto sono stato pronto a dire “buongiorno”, a rispondere “bene”, a sorridere a “salve”, dire anch’io “come va?”.

Quante volte ho pensato “alle bandiere di foglie o alle dita di rami, contro quel cielo che dicono di Dio” ascoltando le ipocrite omelie alle messe funebri.

Quante volte ho ammirato, se non invidiato, chi ha ancora molte pagine da aprire di un libro che ho già letto…

Quante volte ho pensato che ogni cosa alla lunga mi molesta, fosse un po’ il mio sentire. 


Dopo “D’amore di morte e di altre sciocchezze” per me è iniziata una parabola non più così intensa, al punto che conosco quasi per niente “Stagioni” di cui salvo solo  Don Chisciotte, scritto con Flaco Biondini (il suo fido chitarrista). 

Il diisco è rovinato (per me ) dal contributo di Ligabue. 


Di “Ritratti” ultimo disco di inediti prima de “L’ultima Thule”  non sono mai riuscito ad avvicinare nessuna melodia, anche se, le parole di Odysseus e Piazza Alimonda fanno un pò rabbrividire.

 

Gli altri dischi sono remasterizzazioni di vecchi brani, o non memorabili registrazioni inedite, carpite in qualche osteria, ed hanno più il sapore della trovata commerciale o del tentativo del amici di farlo ancora apparire come un autentico messaggio del grande cantautore.


Dal vivo, il mio ultimo ricordo risale ad una trasferta rivoluzionaria con Luca ad Jesolo nel novembre del 2011. Lui era già stanco (infatti finì davvero sfinito La Locomotiva e non completò nemmeno il concerto di qualche giorno dopo a Bologna).

Non mancò però di farci ridere con un’invettiva sui governi tecnici (si stava insediando Monti per riparare i disastri del puttaniere) o con i 25 anni, diventati con tanto di mimo 61, nella Canzone per Piero (son tanti e diciamo, un po’ retorici che sembra ieri).

Dopo quella volta, l’ho rivisto da vivo solo in una sua fugace apparizione sul palco del concerto dei Musici, i suoi musicisti, al Teatro Romano nel 2016. Ne ho parlato, con emozione in un post in questo blog qui: https://viaggiodigiorno.blogspot.com/2016/06/i-quasi-cent-di-francesco-guccini.html

   

E triste dirlo, ma la sua parabola musicale, che ha segnato così profondamente molte emozioni della mia vita,  è sfumata in un mistero di atmosfera che è difficile afferrare nelle strofe della stessa canzone che me lo aveva fatto conoscere “la sfera di cristallo si è offuscata e l’aquilone suo non vola più”.


Voglio però ricordarlo com’era, pensare che ancora viva il Francesco degli anni migliori e salutarlo guardandomi il video di quel suo ultimo concerto ( clandestinamente da me girato quella sera).


Ciao e Grazie Francesco.


 P.S.: mi sono accorto solo ora che alcune di queste riflessioni e aneddoti li avevo giù raccontati in questo blog per gli 80 anni di Francesco. Ulteriore testimonianza che gli ho davvero voluto bene… il post è qui:


https://viaggiodigiorno.blogspot.com/2015/06/tre-minuti-con.html