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mercoledì 24 giugno 2015

Irresistibili



L'occasione di avere Enrico a Milano e di potergli rubare un'ora - quella dalle 9 alle 10 di sera! - per cenare assieme è troppo ghiotta per non approfittarne e parlare almeno un po' della serata di sabato scorso (A vent'anni si è stupidi davvero). 

Condividiamo subito che è riuscita perfettamente. 

Con un gesto dolce e gentile accompagna il suo pensiero riconoscente al mio sforzo. Il suo omaggio alla mia passione, un po' contagiosa e profusa senza risparmio nella preparazione della festa, vale più di ogni altra cosa. 

Il suo sguardo, così infantile nonostante la cravatta ed il completo scuro, cancella senza fatica la leggera delusione per i pochi, anzi pochissimi (2 o 3) che non c'erano senza un motivo vero. 

Poi, spinge un po' sulle differenze tra noi e loro, tra il fatto che il nostro film è un quadro d'autore unico a confronto con i milioni di selfie e timelapse omologati del suo (ma anche mio attuale) tempo.

Osserva, con un velo di tristezza, che sarà difficile, se non impossibile per lui organizzare qualcosa di simile tra quarant'anni con amici certamente molto lontani allora e forse non così vicini adesso. 

E quindi mi conferma ciò che ho/abbiamo pensato quella sera: un po' grassi ed un po' pelati, ma siamo stati e siamo tuttora irresistibili.

Proprio così penso che ci siamo presentati agli occhi dei nostri figli.

Una serata straordinaria per chi ha deciso di superare l'imbarazzo di tanti anni di lontananza ed ha trascinato mogli e prole alla festa organizzata dalla fantomatica Associazione "Questa Casa non è un albergo" per la altrettanto millantata Prima Visione Assoluta del Film Casablanca (1978).



Straordinaria per la forza, un po' seria ed un po' goliardica,  che ha unito d'incanto due generazioni nella reciproca  curiosità  di assaporarsi coetanei per qualche istante.



Mille volte più emozionanti che guardare un vecchio album di foto assieme, le risate hanno annullato ogni differenza di età e trasportato tutti, magicamente, in un asilo di bimbi felici. 




Qualcuno, tra i bimbi veri, mi ha sussurrato con riconoscenza un ringraziamento ed una commozione.
Qualcun altro, tra i finti vecchi, mi ha ricordato come fossimo, a quel tempo, davvero irresistibili.

L'armonia tra le persone, così diverse, ma così, in fondo in fondo, unite, ha permeato la serata come se ci fossimo visti in tutti questi giorni in cui nemmeno ci siamo sfiorati.

Insomma, magari io che c'ho messo un sacco di amore, passione e...siracche  perché tutto riuscisse al meglio - dai manifesti al montaggio, dalle premiazioni alla musica - ho un metro un po' starato e vedo tutto troppo bello, ma il sapore che la serata mi ha lasciato è un gusto dolce e rilassante. 
In gran parte, questo è dovuto alla gioia e al divertimento, sano, vero, ricco di amore, che ho visto negli occhi dei nostri figli.

Una conferma che, quel gruppo di persone che 37 anni fa ha ideato e vissuto senza patemi un divertimento così sano, scanzonato e spontaneo, è riuscito a trasmettere ai figli lo stesso senso di gioia gratuita e naturale. 

Sono consapevole che le cose veramente belle sono uniche ed irripetibili e quindi non azzardo frasi di circostanza. 

Mi basta ed avanza questa unica esperienza che, la prossima, sarà diversa e, magari, altrettanto bella...   
















martedì 16 giugno 2015

Notte prima degli esami

Giusto per non dare l'idea (completamente fondata) che mi piaccia solo romanzare sul passato neanche fossi un vecchio nostalgico che vive più di ricordi che di progetti, stasera scombino le carte e parlo solo di futuro, progetti ed aspettative.



Proprio alla vigilia della prima prova (che non è una simulazione, ma l'esame vero) della maturità di Luca e dopo essermi sciroppato un ritorno( e andata, domani) da (a) Milano in mezzo alla settimana per permettermi l'emozione irripetibile ed indimenticabile di ascoltare la canzone di Venditti nella sera giusta ed assieme a lui, ho deciso che spendo due parole per legare questo momento al progetto di quest'estate.

Vada come vada l'esame di Luca, la sua decisione di andare a Roma a frequentare Medicina in Inglese, non cambierà.
Un progetto lungo e faticoso della cui complessità, lui per primo, è ancora poco consapevole. Vale la pena però assecondare senza alcuna esitazione tutto il suo entusiasmo nel voltare questa pagina, affrontando assieme tutti gli ostacoli e vivendo un po', attraverso lui, questo balzo nel futuro di una nuova vita.

Poi, per fortuna, c'è ancora un'estate di mezzo.

E allora, tanto vale festeggiare questa che sarà probabilmente l'ultima stagione estiva di vacanze fatte assieme, con un viaggio memorabile nella "nostra" Australia.

Mantengo la promessa fatta ad Elisabetta di tornare alla magia di Uluru assieme a lei, e partiremo tutti quanti (senza Enrico...) alla scoperta dell'inverno australe.

Il giro sarà un po' diverso da quello de iTreDonisiInAustralia (www.iTreDonisiInAustralia.blogspot.com)ma egualmente intrigante. 

Atterreremo a Darwin e poi da lì a Cairns e giù, giù, alla caccia di balene, altre bellezze naturali e memorabili surfate... fino a Melbourne dove stavolta non mancherò di visitare la mia zia ed i miei parenti che si trasferirono laggiù, più di 40 anni fa.

Ecco, un pizzico di nostalgia del passato c'è sempre, ma ora prevale la frizzante aspettativa di una stagione tutta nuova e da scoprire.

Dimenticavo, in bocca al lupo per domani Luca!






domenica 14 giugno 2015

Tre minuti con...

La radio sempre accesa, a qualsiasi ora del giorno, era una costante  a casa mia.
Non certo sintonizzata sulla modulazione di frequenza delle radio libere che, a quell'epoca, primi anni '70, iniziavano a diffondersi anche nell'aria sonnolenta della nostra città di provincia. 
Radio Verona, Radio Adige, Radio Popolare, Radio Tartaro, Radio Nova stavano muovendo allora i primi passi di un percorso che, per alcune di esse, penso duri ancora adesso.


Nella cucina di casa mia comandavano le Onde Medie e l'unica stazione che si poteva ascoltare era quella ufficiale della RAI. All'epoca penso si chiamasse Primo Programma, oggi Radiouno.
Il Secondo Programma, Radiodue, se c'era, era già troppo di sinistra per il gusto dei miei.

Una mattina - frequentavo la terza media ed era quindi il 1973 o il 1974 - stavo uscendo di casa dopo aver fatto colazione (caffellatte e pane del giorno prima). 
In sottofondo era appena terminata la voce monotona del radiogiornale che, come spesso in quel periodo, avrà recitato un rosario  di gambizzazioni e rivendicazioni delle Brigate Rosse, quando mi bloccai, rapito dai versi di una canzone.

Subito dopo il radiogiornale andava infatti in onda una trasmissione che si chiamava "Tre minuti con...". 
Una voce femminile, dolce e suadente, introduceva una canzone di uno degli artisti in voga a quel tempo.

Quel giorno, toccava ad un cantante con la voce profonda e la erre moscia.

Un cantante che non avevo mai sentito né conosciuto.

Un tono ed una cadenza mai ascoltati né nelle Canzonissime del sabato sera né, tanto meno, nei festival di Sanremo registrati di straforo col registratore a bobine "Geloso".

Mi rapì la melodia. Per niente sdolcinata, al contrario,  quasi matematicamente ripetitiva.
Mi colpirono le parole.  Non riuscii ad afferrarle completamente, ma mi entrarono dentro con la forza del bacio di un'adolescente.

Mi restarono impresse alcune frasi  che diventarono poi la base dell'ossessione della mia ricerca. 
Si, perché quella volta persi l'attimo in cui la dolce voce scandiva il nome del cantante.

La strofa che mi immobilizzò fu: "si è spenta la fontana, si è ossidata la campana, perché adesso ridi al gioco degli amanti?".

Una frase che, da sola, non voleva dire niente, ma che mi trasmise l'emozione profonda, il contrasto forte, fatto solo di immagini,  tra l'immobilità di un meccanismo rotto dal tempo e la vitalità di un gioco d'amore. 

La canzone sfumò poi col verso "e se nel vento afferri la fortuna....".

Chi se ne intende, sa che quella canzone è "Un altro giorno è andato" e quella erre moscia è del suo autore, Francesco Guccini che, proprio oggi, compie 75 anni.

Tanti Auguri Francesco!

Da quel giorno hai accompagnato la maggior parte delle mie emozioni con la discrezione di un fratello maggiore che mi osserva da lontano.

Passò un po' di tempo, da quella assonnata mattina,  prima che scoprissi di chi fossero le parole e la voce che mi avevano colpito. Non mi potevano certo aiutare i miei genitori che, di cantautori, non sapevano nulla.

Lo capii un anno dopo, forse nel '75, e scoprii allora il suo nome e le sue, già allora, tante canzoni, grazie ad un compagno di prima liceo che mi prestò la cassetta di "Radici". 

Da allora, per lungo tempo, fu per me il solo vero "ascolto". Di certo l'unico cantautore di cui, appena possibile, seguivo i concerti (a parte un tradimento per uno spettacolare Banana Republic nel '79 allo Stadio Bentegodi con Dalla, De Gregori, Rosalino).

l'ho visto in condizioni disperate, come nel 1976 (o 77), al Teatro Laboratorio, solo da fuori che dentro non ci si stava. Oppure nel 1977 (o 78) a Sant'Ambrogio, in un capannone diviso a metà per il lungo da un muraglione. Tra l'infastidito ed il divertito, lui giocava a nascondino con la metà del pubblico coperta dal muro, accompagnato solo dal suo fedele bottiglione di vino.

L'ho visto da fresco innamorato, nel 1980 a Nogara, in un concerto bellissimo in cui lui, che cominciava ad essere famoso, era accompagnato dalla band che lo ha seguito fino all'ultimo e giocava con un unico effetto speciale, illuminando da dietro il batterista, Ellade Bandini, mettendo in risalto con il fascio di luce, le sue orecchie a sventola.

L'ho ascoltato talmente tanto che anche mio fratello che all'inizio lo odiava, si è lasciato scoprire, anni dopo suo appassionato fan.

L'ho cantato talmente tanto che Enrico è cresciuto pensando che la doccia e "La Locomotiva" fossero due cose che dovevano durare lo stesso tempo.

L'ho seguito anche  con Luca,  nel suo penultimo concerto in quella che è stata la sua ultima performance completa dal vivo dato che, il giorno dopo a Bologna si è sentito male e non è riuscito a finire la sua solita canzone di chiusura.
Quel concerto, a Jesolo, nel novembre del 2011, l'ho registrato di straforo tutto (con la cinepresa, non con il "Geloso"...) e lo conservo come una delle cose più belle e preziose.

Fa effetto pensare a questi quarant'anni assieme a lui.

Sembrano tanti, e lo sono realmente, ma quello che mi ha regalato con le sue canzoni (non sono un amante dei suoi libri) vale ancora molto di più.







    




venerdì 29 maggio 2015

A peso d'oro

Cinque zucchine piccole (e non fresche), tre pesche (con le botte che scopri solo dopo), un melone (un po' troppo maturo): 17 euro.



Basta pesare il cesto intero di zucchine, inserirlo nel conto e poi dartene solo cinque ed il gioco, anzi la mini-truffa è fatta.

E' quello che, in buona fede o no non mi interessa, mi è successo a "L'orto di casa tua", in Via Ponte Vetero a Milano. 



Non ho voglia di questionare direttamente, ed opto per una vendetta "social". Fotografo il negozio e lo posto su Istagram, Facebook e Twitter, impestandolo di tag squalificanti, come #ladriamilano o #negozidaevitare. Magari prima o poi qualcuno casca dentro l'hashtag e legge, così evita di andarci. Io, di sicuro, non ci torno più. 

Ad ogni modo, per cancellare la delusione - ché rabbia non è stata - del poco fortunato incontro con l'orefice travestito da fruttivendolo e per riconciliarmi con il bello di Milano, che non ho voglia di passare per un vecchio brontolone, ho deciso di avventurarmi verso Piazza Duomo dove si tiene il concertone gratuito di Radio Italia. 

Una folla di ragazze e di ragazzi in t-shirt e brachette corte, si snoda fino all'inizio della Galleria, quasi in Piazza Scala, popolata invece da un parterre di abiti lunghi e smoking in pausa fumo. 

Quando arrivo nei pressi di Piazza Duomo, i maxi schermi trasmettono le frizzanti immagini di Cesare Cremonini che canta travolgente il suo amore per il finale. 
Cerco il cornetto Algida nelle mani dei ragazzi vicino a me, ma trovo solo miriadi di smartphone che registrano, ondeggiando al ritmo giusto, le note di questo tormentone estivo. 



È bello sentire l'eco poderosa di questi ragazzi così felici, quando il cantante rivolge loro il microfono lasciandoli urlare le strofe finali. 
L'aria è calda e profumata (non vorrei fare di ogni erba un fascio, ma...) e mi lascio andare anch'io al fragoroso applauso alla fine della canzone. 

Quando arriva l'ultima cantante, Gianna Nannini, il pubblico esplode. 
La sua cover di "Lontano dagli occhi", elettrizza l'atmosfera colorando di moderno i colori un po' polaroid anzi, grigi e tristi, del Sergio Endrigo originale (1969...)
Al ritornello, le mille voci giovanili quasi coprono i diecimila watt dell'impianto di amplificazione.

Un effetto coinvolgente.

Mi fa sorridere il contrasto con l'immagine dell'introversa sfiga che il povero Endrigo  impersonava anche all'apice del suo successo. 
Ma, probabilmente, qui nessuno lo conosce e non lo sa, mentre tutti sanno le parole e le urlano gioiosi a squarciagola.



Un po' diversa la reazione alla canzone successiva.


Ancor più vecchia (1967) e di un cantautore che, magari non chiamava sfiga, ma non era di sicuro un beniamino da rotocalco.
La canzone è "Dio è morto", l'autore, il "mio" Francesco Guccini.

A me non piace sentirlo cantato da altri. Nemmeno cantato dai Nomadi riuscivo ad ascoltarlo. 

Sopporto quindi in silenzio lo scempio di questa canzone che poi non mi piace neanche tanto (forse perché era contenuta nei libretti appoggiati sui banchi della chiesa ai tempi delle messe beat negli anni '70).

Non è un gran successo neanche tra il pubblico. La reazione al ritornello non è di sostegno come prima. Anzi. In pochi urlano qualcosa che, più che Dio è morto, mi sembra proprio qualcos'altro. Anzi, non sembra, lo è.

Mi viene in mente il racconto di qualche amico che mi diceva che al giuramento, al momento di gridare "lo giuro", il vero ribelle dichiarava invece, urlando, tutta la sua virilità.

Uno sketch che mi riconcilia col melone un po' andato e le pesche tutte ammaccate del mio #perdutopersempreexamicoorefice.





martedì 19 maggio 2015

A vent'anni si è stupidi davvero

Come spesso accade, quando veleggi tra ricordi lontani, i colori, i sapori, le emozioni sembrano più nitidi, forti, taglienti.

Era così quella domenica in settembre del '77, quando avevo (meno di) vent'anni ed ero stupido davvero. 

Un pomeriggio caldissimo, ma limpido. 

Nell'aria tersa, solo gli ultimi cazzeggi in compagnia prima della ripresa della scuola. Risate profonde, quasi sguaiate e dovute solo e soltanto alla  capacità del gruppo di sparare puttanate senza ritegno. 
Non ci serviva niente di più, anche se, è triste dirlo, quell'erba ci cresceva tutt'attorno e l'eroina uccideva (Verona era chiamata all'epoca la Bangkok d'Italia e non certo per le massaggiatrici).

Qualche sera prima avevo passato la notte all'aperto a caccia di stelle nella mia Lessinia,  con un amico, il Miche ed i nostri telescopi (quasi) giocattolo. 
Dall'esperienza (che non fu l'ultima) non avevamo tratto alcun risultato: le stelle erano troppo veloci per i nostri traballanti aggeggi incapaci di fermarle.    

Mi era rimasto però, in dote temporanea, il parabrezza del suo vespone che avevamo tolto per consumare meno benzina (dei soldi in tasca niente e tu lo sai...).
Era uno di quei parabrezza con la sottana di tela cerata ed il buco da infilare nel fanale.
Glielo dovevo riconsegnare quel pomeriggio, ma, prima di incontrarmi con lui avevo deciso di passare da casa di Bicio, nella cui veranda - in realtà il balcone di una villetta a piano terra - faceva base il nucleo storico della nostra compagnia.

Quel giorno ci spostammo insolitamente, non ricordo bene il perché, nel giardino della casa di Luca, un altro amico che abitava lì poco distante.
Complici il caldo e l'abbaglio dei colori di quella giornata così limpida (che noi non l'avremmo fatto mai) partì, così, senza motivo, uno sketch.

Per togliermi dall'impaccio di quel parabrezza me lo infilai dalla testa per il foro del fanale indossandolo come un mantello.
Non contento, iniziai a farlo svolazzare leggiadro correndo avanti e indietro con la Vespa sul vialone lì di fronte.

Da quella stravagante cavalcata alle farneticazioni su un supereroe casareccio, battezzato prontamente "Vendicatore Mascherato", il passo fu brevissimo.

Dieci minuti dopo eravamo di fronte ad una cinepresa 8mm, prontamente recuperata, a girare una fiction di cappa e spada incentrata sulla comparsa finale della figura del "Vendicatore Mascherato". 

Fortuna volle che, al momento di consegnare la pellicola per lo sviluppo, la cinepresa risultasse completamente vuota.

Fu una fortuna perché, dalla serie di improperi ed insulti che dovetti giustamente subire da quegli amici che avevano così faticosamente interpretato scene mai registrate, nacque la determinazione a fare più seriamente ed a progettare a tavolino una serie di riprese che ci videro poi impegnati, per mille e diversi motivi, fino alla fine dell'anno successivo. 

Fu cos' che nacque il film CASABLANCA (non chiedetemi il perché del titolo che non lo so. Forse un misto tra il riferimento alla tenebrosità di Humphrey Bogart e lo scherno dell'ambiguità richiamata dalle cliniche della città marocchina).

La trama si sviluppa sul finire degli anni '20 nei sobborghi degradati e fumosi di una Chicago dominata da gangster e bande rivali. 

La mancanza di mezzi limitò il richiamo di quell'epoca al fumo di mille sigarette e ai vestiti delle ragazze, dato che i nostri costumi erano semplicemente gli abiti, troppo larghi, dei nostri padri ed il Ciao di Icio e il Garelli di Luciano, unici mezzi motorizzati che faranno la comparsa nel film, non erano nemmeno una brutta copia delle lussuose automobili americane di Al Capone.

Per non parlare delle location in cui girammo le scene che di Chicago avevano giusto il niente.

Al di sopra di tutti avevamo messo lui, il Vendicatore Mascherato. Un personaggio misterioso decisore di vita e morte delle bande e che, in realtà, comparendo saltuariamente e mascherato, poteva essere interpretato da controfigure permettendo a me di fare il regista (ovvero l'operatore cinematografico) senza bisogno di recitare (che sarei stato comunque un cane, come testimoniano le poche scene finali in cui compaio nelle vesti del super eroe). 

La prima entrata del Vendicatore Mascherato (interpretato da Bicio, invidiato proprietario di un paio di stivaletti di camoscio che avrebbero caratterizzato la comparsa del super eroe) prende forma nel buio e fumoso locale (la mansarda di Franco) gestito da Riccardo, nella parte di un croupier e Claudia, sensuale entreneuse.

E' lì che sono radunate le due bande rivali: quella dei ricchi (Bicio, il boss e poi Carla, Marina, Luca, Roberto, Gavino) e  quella dei poveri (Franco, il capo e poi Lucia, Andrea, Icio, Luciano). 
Il tentativo del Vendicatore Mascherato di riportare la pace in città dividendola in due zone, naufraga praticamente subito quando, durante i festeggiamenti per l'accordo, una bellissima Lucia che interpreta la donna di Franco circuisce e conquista il tenebroso e crudele Bicio che la segue del tutto insensibile alle lacrime della sua ormai ex-donna, una affascinante Carla.

Dallo sgarro, consumato davanti agli occhi di tutti, nascono una serie di rapimenti e vendette spesso girati con tecniche sopraffine e futuristiche per l'epoca, come lo stop motion che accompagna il trasferimento di Roberto e Gavino, catturati da Icio e Luciano,  nel covo della banda di Franco (il garage di Luca).

L'escalation di agguati e pestaggi non risparmia neppure innocenti minorenni - magistralmente interpretati dai cuginetti Matteo e Giovanni nella veste di figli di Franco - ma viene definitivamente arrestata dall'apparizione finale del vero Vendicatore Mascherato che, accompagnato da un fedele servitore turco (o presunto tale)interpretato da Sergio, fratello maggiore di Franco, ammazza tutti senza perdono con un tocco di fioretto.

Vi chiederete il perché di tanto sproloquio.

Ebbene, fino a pochi mesi fa, la magistrale opera prima era data perduta per sempre. Anche il riversamento su cassetta VHS delle originali bobine super 8 era irrimediabilmente scomparso passando di mano in mano.
Poi, un paio di mesi fa, in una insolita reentré a cena con Gavino, Icio, Luciano, Roberto e Franco, quest'ultimo salta fuori dicendo che, sgomberando la cantina della nonna, è emerso dalla polvere un sacchetto di nylon bianco contenente le bobine originali!

Il boato di sorpresa e soddisfazione che ha accompagnato la rilevazione ha pietrificato istantaneamente le persone presenti in sala, proprio come accade in certe pubblicità.

Tempo poche settimane ed il film era di nuovo tra noi su un DVD, in formato mp4.

A partire da questo ho velocemente portato a termine un montaggio con musiche di fondo adeguate all'atmosfera e miseri cartelli esplicativi dato che, ovviamente, il film era muto.

Ora, tutto questo pistolotto per dire che, il 20 giugno 2015 prenderà forma un happening basata su una roboante PRIMA VISIONE ASSOLUTA!

Invitate/i, tutte le attrici e gli attori dell'epoca, qualche amico  ma, soprattutto, se ci sono, figli e figlie, in modo che si rendano conto di quanto si possa essere stupidi davvero, ma divertirsi alla sola presenza (o assenza che tanto fu lo stesso) di una pellicola per cinepresa.

Ovviamente, se sopravvissuti alla spiega e interessati alla cosa, siete invitati anche voi che leggete purché rispettiate le condizioni inserite nell'invito allegato e comunichiate la partecipazione all'indirizzo e-mail dell'Associazione Culturale organizzatrice "Questa Casa non è un Albergo!" (thishomeisnotanhotel@gmail.com).

P.S.: le molte citazioni, a partire dal titolo, di una famosa canzone, settembrina come la genesi del film, sono dedicate a chi le può capire.


La Locandina del Film

Invito









  

martedì 24 marzo 2015

L'abbraccio di una mamma

Sulle note indie di Bird Eyes di Nuria Graham, il disco acquistato da Rough Trade in Brick Lane, note soffici ed avvolgenti come l'abbraccio di una mamma ancora giovane, si chiude questa breve parentesi londinese. 


Domani riprende la vita mila-veronese con le sue mille e, a volte, laceranti trazioni. 

Il sapore di questo tuffo in quella che avverti essere la culla della cultura moderna è intriso di sensazioni paterne prima di tutto.  
Sfiorare per poche ore la vita di un Enrico ormai adulto ed indipendente, ma sempre alla ricerca dei suoi puntelli materni e paterni,  è stato profondamente intenso.

Vederlo così contento, anche se stanco per i ritmi che più che una banca sembra una miniera, saperlo appagato e fiero di quanto sta facendo e, ancor di più, consapevole di quello a cui, per adesso, rinuncia,  mi ha messo in pace con la paura che avevo di trovarlo un po' stonato.

Bravo Enrico!

Lo so che sarebbe meglio non sbandierare al mondo quanto siamo tutti contenti per te. 
Sarebbe più moderato, misurato, diciamo così, racchiudere nel privato queste emozioni, ma, per una volta, chissenefrega. 
Lasciatemi fare il writer clandestino che imbratta questo spazio con uno scritto controcorrente. 
Magari, tra vent'anni (o giù di lì) sarà normale che tutti sbandierino in piazze virtuali le cose belle ed anche un po' private della vita. Lo faccio solo un po' in anticipo, e, per oggi, mi va bene così.

Poi, questa musica in sottofondo mi impedisce di ragionare bene e mi trasporta senza ritegno in questa voglia di spiegare perché sono così contento di averti visto così bene inserito nella culla di questo mondo moderno che capisci che è la mamma di tutte le New York, Chicago, Sidney e San Francisco cosi affascinanti, ma al tempo stesso sbiadite copie di questo originale. 

lunedì 23 marzo 2015

Papà Bansky

Il lunedì mattina la vita di Londra riprende con ritmi e forme meno turistiche.


La grezzata prospettica (tipo sostegno torre di Pisa) messa qui solo per dare al post su Facebook una dimensione ridicola

Anche nella zona di Piccadilly è frequente assistere al passaggio di grossi camion da trasporto merci che si mescolano con i bus a due piani ed i taxi.
A proposito di taxi, qui Uber è diffusissimo. Se lo sai non puoi non notare un numero sospetto di Toyota Avensis ibride, tipicamente nere e guidate da persone dall'aspetto indiano, si accodano senza screzi ai tradizionali black cabs. Funziona che con un app sul cellulare individui il più vicino e fai la richiesta dichiarando la destinazione. Puoi scegliere tra quattro tipi di macchina, dalla Avensis alla Mercedes serie S e ti vengono a prendere inviandoti subito una stima della spesa che dovrai affrontare, scalandola direttamente dalla tua carta di credito.
La tariffa è conveniente, rispetto ad un taxi normale che già di suo, essendo a Londra costa un decimo di un taxi milanese.

Un sonoro vaffanculo quindi ai tassisti milanesi (e italiani in genere) che, magari vessati dal vizio tutto italiano di concedere licenze a pagamento anche per ... non dico cosa, fanno la parte dei monopolisti e, per contrastare la modernità della concorrenza scioperano e arrivano a picchiare gli autisti di Uber.
Forse se pagassero di più le tasse, loro e tutta un'altra serie di categorie di parassiti fiscali, non ci sarebbe bisogno di vessarli con burocratismi opprimenti. 
Forse, in quel caso, saremmo tutti un po' più normali, ma questa è una storia difficile e non si addice ad un blog di viaggio.

Enrico che, ovviamente, praticante della modernità più spinta qui ne fa sempre uso (soprattutto quando torna tardi la notte) mi racconta che, a Milano, se chiami una macchina di Uber ti chiedono di salire davanti assieme a loro per mimetizzarsi e passare inosservati davanti agli occhi minacciosi dei probabili evasori monopolisti.

Anche noi usciamo presto stamattina.

Ho trovato che dei tre o quattro dipinti di Bansky che non sono stati ancora cancellati o ricoperti, uno è dalle parti di Canary Wharf, dove lavora Enri.



Ci mettiamo così d'accordo di fare colazione assieme su da lui, al 34-mo piano della sua sede verso le 11.
Prima però ci addentriamo in un quartiere popolare, abitato per lo più da arabi, dove a Chrisp Street, dentro un cortile un po' sgarruppato, resiste ancora un graffito di un ometto che si stupisce del suo rubinetto che inizia a squillare come un telefono.

Non resisto alla tentazione di tirarmi su il cappuccio e di fingere di essere l'artista facendomi ritrarre nella posa di imbrattare (magari ne fossi capace) il muro. 

Luca, whatsappato con la foto, ci casca subito e mi chiede, tutto curioso, ma è davvero lui?
Ma, Luca, ti pare possibile? E poi, non dovresti essere a scuola?

La colazione con vista sull'O2, una supermoderna arena coperta dove si tengono i concerti più frequentati, scorre veloce anche perché Enri è curioso di sapere come è stato accolto il lavoro che ha finito poco più di 5 ore fa. Ci salutiamo con un abbraccio ed un immancabile selfie, sapendo che tanto ci vedremo abbastanza presto a Milano, all'inizio di aprile.

La prossima meta è Hyde Park. Lo raggiungiamo passeggiando un po' in Oxford Street, la via forse più commerciale di Londra. Caschiamo dentro solo ad un Urban Outfitters identico a quelli di San Francisco, pieno di vinili e giradischi portatili finto anni '70.

Ad Hyde Park la sosta è breve. La parte est è tutta in rifacimento. In pratica stanno srotolando centinaia di metri di manto erboso per rifare tutto il fondo. Considerate le dimensioni del parco che è veramente immenso, ci vorranno anni per ricambiare tutto il tappeto.



Seconda tappa da Harrods, dove la confusione, anche se è lunedì, ci spinge a chiudere in fretta l'esperienza dopo aver comprato una borsa per la Vale, unico acquisto alla nostra portata in un posto, come questo, che sembra vendere solo merci esclusive.

Quando i morsi della fame iniziano a non lasciare scampo (stamattina niente Bill's...) ci dirigiamo verso Old Brompton Road, South Kensington, dove ci aspetta l'hamburger di Byron che ci ha consigliato Enrico.

Un tragitto che sembra infinito, ma assolutamente ripagato dalla soddisfazione dei nachos e, soprattutto del B-Rex (Byronsaurus Rex) un hamburger pieno di schifezze di qualità.
Anche la birra Byron che ti servono in lattina non è male.


Le ultime due tappe di questa giornata senza mete altisonanti, sono davanti ad altri due residuati di Bansky.

Uno, sulla facciata di un palazzo dimesso e disabitato, in Bruton Lane, dalle parti di Hyde Park rappresenta una ragazza che rovescia il carrello della spesa ed è talmente in alto che sfido chiunque a cancellarlo.

L'altro è ad altezza d'uomo, ma è protetto da una lamina di perspex trasparente. E' in Clipstone Street, praticamente a due passi da Bolsover Street dove ho trascorso, nel collegio in cui abitava Laura, la mia prima vacanza londinese. Era il 1981 e non sapevo allora una parola di inglese. Ho dei ricordi da pelle d'oca di episodi in cui, da solo, ho dovuto (o voluto) affrontare un dialogo con la gente di qui (che, anche se straniera, l'inglese lo sapeva...)




La saga del papà Bansky ovviamente si è ripetuta anche davanti a queste due opere.

Stasera, ultima cena a Londra. Se le forze ci sorreggono l'intenzione è libanese. Vedremo se il suggerimento di Enrico si rivelerà azzeccato.
A proposito: ieri sera, la pizzeria Sartori qui vicino (15, Great Newport Street) ci ha deluso solo per il nome (che non ha niente a che vedere con il cognome veronese, anzi è un napoletanissimo omaggio alla S di San Gennaro).
Per il resto (a parte il costo) la pizza era buona ed anche l'accoglienza tutta italiana.