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mercoledì 16 agosto 2017

OCCUPA LA CORSIA LIBERA PIU' A DESTRA





La scritta che campeggia a volte sui tabelloni dell’autostrada sembra essere espressa in modo incomprensibile.

In un mondo ormai abituato a reagire (od agire) soltanto alle (con) offese da “Leone da tastiera” l’invito così cortesemente espresso al fine “semplice” di far rispettare un articolo del Codice della Strada (il 143 nella fattispecie) non viene mai compreso e spesso viene considerato, invece, un’imposizione da ignorare, meglio da deridere, offendere, insultare.

Il richiamo ai “leoni da tastiera” mi è venuto in mente assistendo all’arroganza (il più delle volte vigliacca ed ignorante) di chi dissemina qualunque post su FB con offese ed insulti in sfregio ad ogni regola di buon gusto erispetto del  galateo (netiquette nel caso di Internet).
Come nel caso, di recente attualità, dei commenti ai post del Presidente della Camera, Laura Boldrini che, antipatica fin che si vuole, ha giustamente deciso di denunciare uno ad uno quegli imbecilli incapaci di esprimere un dissenso senza evocare violenze fisiche da esame colonscopico.

La stessa arroganza dei “Leoni da corsia” che, incuranti dei chilometri di nastro asfaltato liberi alla loro destra, dileggiano il cortese cartello (ed il richiamato articolo del Codice della Strada) piazzandosi nella corsia di mezzo, lì restando qualunque cosa accada.

Per uno come me che settimanalmente si sciroppa la sua dose di autostrada, è diventata così una fastidiosa consuetudine l’imbattersi in questo genere di “animale” al punto che mi sono interrogato sulle ragioni che spingono questa specie in continuo aumento a tale comportamento.

Ho riassunto, come d’uso sul web, le principali conclusioni a cui sono giunto  in 10 Spiegazioni, ben consapevole che non sono certo tutte, né, tanto meno, quelle giuste.

Spiegazione n.1: il “Leone da corsia” ha acquistato sul mercato secondario un pacchetto di azioni privilegiate della Società Autostrade che gestisce il tratto in esame. Il pacchetto,  la cui contabile d’acquisto solo rarissimamente viene esposta sul lunotto posteriore a riprova dell’avvenuto regolamento per cassa, dà il diritto esclusivo di occupazione della corsia di mezzo se l’autostrada ha tre corsie, addirittura della terza corsia se l’autostrada ne ha 4.

Spiegazione n.2: il “Leone da corsia” reagisce ribellandosi in questo modo al cosiddetto “complotto del camionista estivo”. Tale complotto consiste nella accanita determinazione dei camionisti ad occupare la corsia di destra deformandone l’asfalto (la qual cosa accade principalmente d’estate quando l’asfalto è più molle) rendendolo più sconnesso di quello delle altre corsie. In tanti anni di frequentazione la mia media personale mi dice purtroppo che la qualità degli asfalti è assolutamente un’invariante rispetto alla posizione della corsia.

Spiegazione n.3: molto spesso il “Leone da corsia” ruggisce su una macchina di piccola cilindrata, fatto che, consapevole dell’arroganza maschilista di quanto vado a dire, lo porta ad agire annebbiato dalla tipica invidia di chi “ce l’ha piccolo” occupando ingiustamente uno spazio che considera a risarcimento della mancanza di misure (o prestazioni).

Spiegazione n.4: il “Leone da corsia” pensa che la corsia di destra sia riservata ai camion e, non volendo partecipare al succitato complotto, si guarda bene dal contribuire alla deformazione dell’asfalto. Gli basta e avanza, in tutta evidenza, contribuire alla deformazione degli attributi di chi vorrebbe viaggiare senza inutili zig zag.

Spiegazione n. 5: Il “Leone da corsia” è parsimonioso nei consumi di carburante e molto preparato in geometria piana. Egli considera che, applicando il teorema di Pitagora, continuando a rientrare e ad uscire dalla corsia di destra il tragitto totale si allunghi per effetto del fatto che si è costretti a viaggiare sulle ipotenuse dei triangoli rettangoli che descrivono in prima approssimazione le traiettorie di uscita e rientro e quindi non si sposta dal centro per risparmiare.

Risparmio (io) i dettagli del calcolo (facilmente riproducibili), ma, se il “Leone da corsia” avesse una eguale preparazione in matematica, avrebbe facilmente calcolato che, anche continuando a rientrare ed uscire ogni 150 metri  (cosa assolutamente improbabile e teorica) l’allungamento ha un impatto di 3 parti su 10000 che, in un tragitto di 150 km si traduce in ben 51,40 metri in più. Di sicuro spenderebbe  in più molto meno di quanto spenderà invece per riparare i danni provocati dalle maledizioni che riceve.

Altrettanto scarsa deve essere poi la conoscenza che il “Leone da corsia” ha dei modelli atomici. Gli elettroni, in assenza di scambi di energia, tendono ad accomodarsi sull’orbitale libero più in basso (meno energetico). L’analogia con la corsia libera più a destra, dovrebbe apparirgli evidente e guidarlo ad uno spirito di emulazione di questo processo naturale.

Spiegazione n.7: il “Leone da corsia” non è un esperto di matematica né di chimico-fisica, ma è un valente statistico ed ha calcolato che la probabilità di subire un incidente nella corsia di mezzo è sensibilmente inferiore a quella che si ha viaggiando nella corsia più libera a destra. Non riesco a contestare con altrettanta precisione questa convinzione, mi limito solo ad osservare che, in condizioni di emergenza e di caos come quelle che accompagnano un incidente è più pericoloso venir schiacciati a destra da un camion e a sinistra da una macchina veloce che avere una via di fuga quasi sicuramente libera come la corsia di emergenza.

Spiegazione n.8: il “Leone da corsia” viaggia al centro per un intimo bisogno di simmetria ed equilibrio. Solo in quella posizione si sente in grado di non caracollare verso stati emotivamente instabili. Quella, in definitiva, è la posizione che il suo karma gli consiglia di occupare. Per gli altri, quelli che invece rispettano le regole, la posizione ideale per il “Leone da corsia” (ed il suo karma) è tutta un’altra. Indovinate quale.

Spiegazione n.9 : E’ la trasposizione in politica della Spiegazione n.8. Il “Leone da corsia” è democristiano dentro. “Avanti al centro contro gli opposti estremismi” è il suo mantra. Considerata la diffusione della DC nei decenni passati, verrebbe da assumere che l’età media del “Leone da corsia” sia elevata. Purtroppo devo smentire la cosa: un sacco di loro è giovane anche se, nel momento del sorpasso, mostra facce non proprio vitali o sveglie. Anzi.

Spiegazione n.10: il Cartello luminoso con la scritta è, per il “Leone da corsia” come lo striscione del traguardo per l’atleta. Si passa al centro, non si rischiano penalità. Poi, meglio non rischiare di sbagliare il prossimo cartello e quindi, ma si dai, rimango qui…

Spiegazione n.11: è ancora un tema di parsimonia nei consumi, ma questa volta riguarda le frecce (gli indicatori di direzione per essere precisi). Vuoi mai che continuare ad attivarli mi faccia consumare più carburante per produrre l’energia elettrica necessaria al lampeggio?


Penso sia evidente che nessuna di queste  10 idiozie può essere alla base del comportamento del “Leone da corsia”.
In effetti, però non è nell’idiozia della spiegazione che va cercata una risposta, ma in quella del Leone stesso, che,  in questo caso non ho tema di smentita,  la manifesta tutta intera (la sua idiozia) per tutto il tempo in cui occupa abusivamente una corsia, avendo quella più a destra libera per chilometri.

Ecco che, allora, sorge spontanea una domanda riguardo a quanto detto in apertura sulla scarsa chiarezza del messaggio luminoso: ”OCCUPARE LA CORSIA PIU’ LIBERA A DESTRA”.

Forse il messaggio è abbastanza chiaro in sé, anche perché presente a volte in forme diverse tipo: “UTILIZZARE LA CORSIA PIU’ LIBERA A DESTRA” (che, sai mai che occupare sia un verbo indigesto a chi ha passati democristiani) oppure “MANCATO USO CORSIA LIBERA A DESTRA : -4 PUNTI SULLA PATENTE”,  oppure addirittura “AGEVOLA IL SORPASSO : OCCUPA LA CORSIA LIBERA PIU’ A DESTRA”.

Ma, con tutta evidenza (più volte sperimentata anche oggi nel viaggio ferragostano Verona-Mlano) né la chiarezza, né la minaccia, né ancor meno la richiesta gentile hanno effetto col “Leone da corsia”.

Non è , forse allora che, vista la specie di “animale” con cui abbiamo a che fare (mi scuso con il vero re dei felini) servirebbe un linguaggio più consono ai suoi costumi?

Ad esempio, potrebbe andare un : “SEI UN COGLIONE SE NON TI SPOSTI A DX APPENA PUOI”?

O forse è meglio addirittura geolocalizzare l’invito di modo che, sull’A4 o l’A22, nei pressi di Verona compaia la scritta (ai più incomprensibile) “CHE LA VACA CHE TA’ CAGA’, TE SPOSTÍTO A DESTRA, SÍ O NO?” che, forse incuriosito da tale insolito linguaggio il “Leone da corsia”  accosterebbe, fermandosi a pensare ,realizzando così, d’emblée, il sogno di chi vuole, semplicemente, vederli sfilare a destra.
  

P.S.: i più attenti avranno notato che la numerazione delle Spiegazioni salta un numero. Quello centrale. In altre parole lo lascia libero. Lascio a voi immaginare perché…

PP.SS.: era un po' che non scrivevo e non sono proprio contento di aver ripreso a scrivere con una pseudo invettiva, ma tant'è, il mondo è bello perché è vario e anche i "Leoni da corsia" meritano un minimo di ironica attenzione.

  

domenica 20 novembre 2016

Il Poeta e il Poliziotto


Di corsa, arruffato e quasi ricoperto da uno strato di polvere vintage (provenienza certa anni '50) sono riuscito lo stesso a sedermi al posto prenotato all'ultimo al Pavillon. 

La mia fila è quasi alla fine della lunga platea. 
il pianoforte di Danilo Rea (Fazoli) e il microfono di Gino Paoli (non riesco a leggerne la marca...) sembrano emergere da un orizzonte lontano. 

Il posto accanto a me è vuoto. 

Avevo prenotato anche per Elisabetta, ma seguirmi in queste domeniche di lavoro milanese è oggettivamente difficile per lei. 

La sedia libera però non sfugge ad un signore che mi chiede se posso scambiare il posto con lui. Quando capisce che i posti che gli concedo sono addirittura due, proprio come stava cercando, mi ringrazia mille volte.

Così, da qualche fila più avanti, assisto al ripetersi del miracolo del Poliziotto con mille dita: Danilo Rea. 

Da quel Fazioli escono rotoli di note così armonicamente sincopate che trasformano, senza dileggiarle, le piu belle canzoni del cantautore genovese. 

Che, un po' annoiato come sempre,  si lascia andare, con la sua voce  inconfondibilmente   rugosa ad un repertorio variegato ed altalenante, tra canzonette napoletane e melodie francesi, passando ovviamente per i suoi pezzi più classici da La Gatta a Sapore di Sale, dal Cielo in una stanza a Una Lunga Storia d'amore. 

I due (anzi solo Rea) regalano anche un medley con alcune delle più belle canzoni di Amici non ci sono più. Quanto tocca a Bocca di Rosa, arrangiata dalle cento mani meravigliosamente jazz del pianista, non so cosa è successo, se sia stata la polvere anni '50 che mi porto dalla casa di Via Papa o, forse, chissà, ma i miei occhi hanno iniziato a lacrimare.

Bella serata, davvero, le magie del Poliziotto Rea (lo chiamo così per la sua posa composta e il suo panciotto da commissario) e le Poesie di 
Paoli, cantate col disincanto di chi le ha viste tutte e non ha niente da perdere a mettersi in gioco, le sue parole, la sua musica, ma soprattutto quel sapore da 45 giri che la sua voce ha risvegliato nella mia memoria, hanno cancellato cone d'incanto, la stanchezza di questo ennesimo week end da manovale...

domenica 30 ottobre 2016

Il complotto dell'ora solare

Dunque, Asia, la nostra golden retriever di ormai ben 10 anni è, come tutti i cani, metodica ed abitudinaria. 

In particolare per quel che riguarda l'orario dei pasti, riesce, in ogni condizione, a spaccare letteralmente il secondo. 

Possiamo essere a casa a Verona, o a Milano, oppure in camper, o in vacanza in qualsiasi altro posto che, immancabilmente, alle 7 della mattina (secondo più, secondo meno e non sto esagerando) lei si presenta pimpante a fianco del letto dalla parte di Elisabetta e, scodinzolando rumorosamente, ci obbliga all'alzataccia con riempimento di ciotola (il solo odore delle crocchette, a quell'ora, è come un calcio nello stomaco) e supporto all'assolvimento dei suoi bisogni (che varia dall'apertura della porta, quando siamo a casa, alla passeggiata "milleodori" se siamo in giro). 

Questa notte, mentre scattava l'ora solare, dormivamo beatamente a Milano (situazione che ci obbliga alla passeggiata millefiori perché non abbiamo giardini) e qui è avvenuto l'incredibile.



Alle 7.00 in punto (la sveglia OREGON che proietta sul soffitto le ore si ferma ai minuti...) Asia entra in camera nostra ed inizia a scodinzolare e zampettare dalla parte di Elisabetta che sta dormendo il sonno dei giusti.

Io, invece, la sento e ricerco nel dormiveglia la giusta imprecazione per ordinare alla piccola pelosa di stare giù, zitta e buona, con l'intento di abituare, fin da subito "la bestia" ad aspettare le "nuove" 7.00 dei prossimi mattini fino al ritorno dell'ora legale.

Infatti ho dimenticato di portare indietro l'orario della sveglia e quindi (penso) le 7.00 che segna ora saranno in realtà da domani in poi (dopo il mio intervento) le 6.00.

Asia accetta malvolentieri il mio ordine e si accomoda pesantemente  con il solito tonfo di protesta sul pavimento, mugugnando con un verso che trasmette senza veli tutta la sua contrarietà.

Poi succede ciò che non mi aspettavo.

Passa neanche mezz'ora e la sveglia del mio iPhone, impostata, nonostante la domenica, alle 7.30 per  permetterci di iniziare di buon'ora le attività nella casa di via Papa,  suona impietosa.

Cosa c'è di strano, direte voi.

Niente, niente, solo il fatto che l'iPhone cambia automaticamente l'ora da legale a solare e quindi, se era impostata alle 7.30 ed ha suonato dopo mezz'ora da quando la sveglia proiettava le 7.00, significa che anche la sveglia cambia automaticamente da ora legale a ora solare.

Ma allora, anche Asia che è entrata a reclamare le sue crocchette alle 7.00 in punto ha aggiornato automaticamente il suo conto alla rovescia verso le crocchette del mattino.

Oppure, come ha ipotizzato Elisabetta, ha imparato a leggere le ore sul soffitto...

Da una persona  "non umana" come Asia,  nel senso che non appartiene al genere umano, ma riesce ugualmente ad amare ed essere amata come uno di noi, ci si può aspettare molto, ma questo episodio  è davvero strano....
   

P.S.: più o meno alla stessa ora in cui accadeva questa inezia, la terra del Centro Italia tremava furiosamente, per fortuna senza fare vittime  e un'imbecille, con i neuroni in rivolta (l'unico vero complotto che ha ispirato pure il titolo di questo post) pubblicava un tweet sul complotto governativo nella valutazione del grado del sisma. Povera bestia "forse umana", lei...

martedì 2 agosto 2016

Roma città persa

Roma città persa. 

Il gioco di parole con "Roma Città Aperta" evoca la condizione  che Roma si attribuì nell'agosto del '43 per evitare di essere distrutta dai combattimenti e dai bombardamenti degli Alleati che risalivano faticosamente la Penisola.

Una condizione disperata che, se riuscì a salvare i monumenti, colpì invece in modo drammatico i suoi abitanti che furono oggetto di deportazioni e rappresaglie rappresentate anche in film memorabili come quello omonimo di Rossellini. 

La disperazione che coglie oggi gli abitanti (ed i visitatori) di Roma è, per fortuna, profondamente diversa e nemmeno comparabile a quella provocata da una guerra così crudele. Ma, visto che siamo abituati bene, lascia un segno profondo.

E' più un senso di smarrimento che un dolore lacerante.


Ti perdi, senza scampo,  di fronte alla sua bellezza universalmente unica perché Roma
 è, sfido chiunque alla smentita, la più bella città del mondo. 
Il suo fascino irresistibile sprigionato dalle decine di ere sovrapposte ti avvolge per chilometri e chilometri.




Nessun insediamento urbano, per quanto irripetibile come Venezia (che btw è sempre Italia) o multietnico come Londra (che, btw, non è più Unione Europea) riesce ad ammaliarti così intensamente.


Roma è smarrita anche in se stessa.


Risucchiata verso un (speriamo non) irrecuperabile degrado che invade ogni androne, ogni marciapiede, ogni strada.

Che tu sia in un quartiere "nobile" come Prati, oppure nel centro storico, vicino al Teatro Marcello, così come in una prima periferia tipo la Nunziatella o nel nostalgico quartiere della Garbatella, le sue strade sono piste di tirassegno ai birilli umani che caracollano veloci sulle strisce pedonali, i suoi marciapiedi  depositi di volantini ammuffiti su strati di foglie secche, i suoi lampioni bacheche per svuota solai o rivenditori d'auto,  i suoi angoli spalle di appoggio per sacchi neri pieni di ogni tipo di rifiuto.

Sarà per il torpore, lacerato tra 
bellezza assoluta e rabbia per l'incuria, che anche la nostra giornata ha preso una piega di smarrimento fin dalle prime ore della mattina.

Il proposito di vivere una Roma diversa esplode dopo la classica visita alla meravigliosa fontana del Bernini a Piazza di Spagna, sopravvissuta all'idiozia degli invasori nordici così civili e bacchettoni a casa loro ed irrimediabilmente imbecilli a casa degli altri.


Una lunga passeggiata verso il Campidoglio sotto un sole africano ci ha fatto (per fortuna) inciampare a Palazzo Cipolla, in via del Corso, dove la mostra di Bansky (che le bufale di internet davano chiusa al lunedì) era invece invitantemente aperta e per niente affollata.


Abbiamo così potuto godere, in rilassata ammirazione, delle 150 opere del più famoso ed incognito Street Artist del momento. 


Originario di Bristol, ha girato mezzo mondo diffondendo con i suoi grafiti un solitario e purtroppo inascoltato messaggio di protesta contro le guerre e le sopraffazioni sui popoli (in particolare quello Palestinese).



La mostra ospita riproduzioni ed originali dei sui pezzi più famosi, salvati in questo modo dallo sgretolio del tempo a cui lui vorrebbe vederli condannati.












L'impronta di giornata alla caccia di una Roma diversa si è interrotta solamente con la sosta estasiata al cospetto della statua di Marco Aurelio al Campidoglio.

Peccato che sia solo una copia dell'originale, restaurata ed esposta ai Musei Capitolini, perché la luce del suo bronzo dà l'illusione di una riuscita rivoluzione di bellezza, liberata com'è dal verde delle ossidazioni con cui siamo abituati a vedere questo genere di statue.

Autentica e non certo restaurabile perché destinata a dissolversi lentamente è invece l'opera d'arte "Triumph & Laments" di William Kentridge (www.triumphandlaments.com).


Un interminabile graffito di sagome gigantesche che accompagna la sponda del Tevere da Ponte Sisto a Ponte Mazzini.

I disegni sono ottenuti ripulendo le pietre degli argini "ricalcando" le forme con la tecnica degli stencil (noi diremmo stampino, più formalmente normografo).

Lungo i circa 500 metri, figure evocative raccontano le gioie ed i dolori di questa città: dalla lupa dei Gemelli alla tragedia di Aldo Moro passando per il bacio tra Marcello (Mastroianni) ed Anita (Edberg).







Anche il pranzo ha voluto essere un po' diverso. 

Stremati dal caldo e dalla fatica abbiamo goduto dell'ombra di un cortile per assaggiare  dei saltimbocca (senza infamia e senza lode) in una trattoria in Piazza della Moretta.

Da lì, con un taxi, ci siamo immersi nella zona periferica e non certo nobile di Tor Marancia, dove, sulle facciate delle case di un isolato ICP (Istituto Case Popolari, all'epoca non era ancora Autonomo) voluto da De Gasperi nel '48 per salvare dal degrado una zona denominata Shangai a  causa delle putrescenze liquide in cui versava, una quindicina di street artist hanno lasciato un segno di bellezza che risolleva di speranza una zona che le speranze le aveva ormai perdute.


Il progetto, dall'altisonante nome "Big City Life" (www.bigcitylife.it), espone a cielo aperto una quindicina di opere d'arte orgogliosamente adottate ed accudite dagli abitanti del quartiere.

(Non posso negare di aver pensato all'isolato di Via Papa, a Milano, dove spero tra non molto muoverò i miei bagagli da "commuter").






Non contenti di questa immersione abbiamo vagato, persi come la città stessa, alla ricerca della giusta direzione di un autobus che doveva portarci in centro, ma ci ha invece fatto aspettare più di quaranta minuti sotto una pioggia "vietnamita" nel periferico quartiere della Nunziatella.


L'occasione è stata buona però per perderci poi, di nuovo, nel fascino popolare della Garbatella, teatro all'aperto così caro agli sceneggiatori televisivi, affascinante per la sua architettura intrisa di retorica del Ventennio.


Le sue case, con le officine ed le trattorie negli scivoli che portano agli interrati studiati dai gerarchi architetti come ricoveri da dopolavoro, contrastano nel loro neorealismo con le violenze di protesta più sinistroide sui muri dell'adiacente Via dell'Armatore.

















L'ennesima deviazione sbagliata (e, quando sbagli mentre cammini dopo ore l'errore pesa il triplo) ci porta in una zona, se possibile, ancor più degradata, verso la circonvallazione ostiense. Il richiamo agli Argonauti (questa è la zona) si stampa sui muri delle case qui attorno con grafiti degni di qualche foto.


Distrutti, ma persi nel piacere di questa Roma un po' diversa, abbiamo festeggiato poi la grande performance nel "piccolo"  ultimo esame dato oggi da  Luca, stramangiando alla Romana tradizionale alla Sagra del Vino (Via Marziale) meglio nota come "da Candido" l'oste che, assieme al figlio, presentano, ruvidi e declamanti, un menù da trigliceridi come una medicina toccasana.








giovedì 14 luglio 2016

L'Ottocento senza futuro

“DOPO GIUNTO MIA STAZIONE TRENO 1018 CHIEDO INVIARE TRENO 1023”.

Chissà se il capostazione di Andria ha usato il telefono di servizio,  un SMS, Whatsapp o Snapchat  per inviare al capostazione di Corato il dispaccio ottocentesco previsto dal RCT (Regolamento Circolazione Treni) nel caso di circolazione con Blocco Telefonico.

Chissà se, il capostazione di Corato (o viceversa,  questa non è una ricostruzione per la Commissione di Inchiesta delle Ferrovie né, tanto meno, per la Magistratura) ha alzato quella cornetta, così pesa di secoli,  e ha risposto “VIA LIBERA TRENO 1023”  o se era distratto da apparati più moderni, ma per niente utili in questo caso, ad evitare che 25 persone morissero come sono morte pochi minuti dopo.

Chissà se i due hanno alzato assieme lo sguardo da quegli aggeggi ed il culo da quelle sedie e compiuto il  gesto antico e rispettoso di inserire la chiave di sblocco del segnale  nell’ottocentesco apparato dopo che il deviatore aveva sollevato pendolando a forza il “macaco”  (quell’arcaico contrappeso che posiziona lo scambio nella giusta posizione) o se invece era già tutto pronto così,  per superficiale comodità,  apatica consuetudine di sequenze ormai centenarie come le regole che le dovrebbero scandire.

Chissà se, adagiati nell’abitudine quotidiana intervallata dai numeri pari e dispari dei convogli, hanno interpretato tutte le figure dell'antico balletto o hanno semplicemente dato per scontato che ad Andria si aspettasse l’arrivo del pari per giocarsi le vite sul dispari.

Fatto sta che, oggi, venticinque sfortunati che avevano - loro sì - tutto il diritto di distrarsi digitando sul telefonino o parlando col vicino,  di abbracciare la mamma per avvolgere, nella dolcezza, il dondolio della carrozza  o di sonnecchiare cullati dallo stesso rollio,  oggi, questi venticinque innocenti, non ci sono più.

Stritolati da una curva che ha impedito qualsiasi reazione ai due macchinisti.

Due poveracci (loro, forse si) che hanno obbedito all’ordine di una paletta verde magari nemmeno alzata - anche questo per consuetudine consolidata - e non si sono nemmeno chiesti perché partivano senza aver visto prima arrivare il solito treno che tutti i giorni entrava in stazione poco prima della loro partenza.

Sarebbe davvero normale che si capisse in fretta come è andata e che ci venisse raccontato bene tutto quanto, senza barbari accanimenti, ma anche senza inutili poesie contro regolamenti arcaici che, se rispettati, hanno fatto viaggiare miliardi di persone per centinaia di anni.

Il mio pianto, inutile e distante e quello più profondo ed inconsolabile dei parenti è offeso dalla superficialità che ha portato a tutto questo, anche questa purtroppo diventata abitudine consolidata, e dal sapore amaro e fortissimo del contrasto tra la modernità delle stesse carrozze accartocciate in quella maledetta curva, tra il fascino moderno di quei telefonini forse causa di distrazioni imperdonabili,  finanche tra la rapidità ed efficienza dei soccorsi,  tra la corsa alla solidarietà di una terra meravigliosa come la Puglia ed un regolamento ottocentesco che richiede, per forza, un amore per la disciplina ed un rispetto delle regole che non fa più parte delle cultura degli smartphone.

Non consola pensare che forse è peggio quell’imbecille di Schettino che si “inchina”  - anche lui in barba ad ogni regola - e, comodamente sistemato in banchina, osserva morire 35 persone, rispetto a quei due (certamente più) poveracci che hanno pensato fosse stupido fingere di essere nell’Ottocento quando in mano hai un oggetto che ti fa vivere nel futuro.

Il fatto è che loro erano pagati (magari poco, o non abbastanza e di sicuro meno dell’imbecille) proprio per vivere senza quel futuro che invece hanno tolto, purtroppo per sempre, a quelle venticinque (e forse più) anime.

Ecco, io non riesco a prendermela con i regolamenti ottocenteschi. Abbiamo migliaia di orpelli simili che ci condizionano la vita di tuti i giorni. E se sono necessari o inevitabili e siamo costretti (o pagati) per osservarli, l’unico modo per evitarli (quando esiste)  è cambiare strada o mestiere.

Io me la prendo, ed il pianto non mi consola, con chi pensa che le regole siano fatte per essere, nel migliore dei casi, sottovalutate.  
Per leggerezza, abitudine, superficialità, poco importa.
Qualunque sia la ragione, diventa, senza scampo, imperdonabile quando, a quelle regole, sono appesi i sogni di futuro anche di una sola persona.




P.S.: lo so, potrebbe essere andata in modo completamente diverso.  E la mia  è , per certo, una ricostruzione interamente arbitraria e personale. Ma, quando avevo 23 anni ed una capacità di apprendimento almeno il doppio di quella di oggi, mi sono messo bene in testa, assieme alle Varietà di Riemann ed alle equazioni del campo gravitazionale richieste per superare il mio esame di Relatività Generale, anche le più ordinarie regole ottocentesche del Regolamento Circolazione Treni necessarie per passare l’esame di Movimento ed ottenere l’abilitazione a fare il capostazione.
Ricordo, tutt'ora, nonostante l'età,  che  guardavo le due materie con lo stesso referente rispetto.
Consapevole anche che, se con le equazioni della Relatività Generale magari capivamo bene perché il gemello che viaggia invecchia meno di quello che sta fermo, con le regole del RCT  quello stesso gemello poteva esser sicuro di non morire viaggiando. 
Ecco perché questa storia mi ha colpito così tanto.

P.S..2 : Cercando il numero e l’orario dei treni in quella fascia sul sito internet delle Ferrovie del Nord Barese ho visto che , secondo l’orario stesso,  il treno proveniente da Corato arriva ad Andria un minuto dopo la partenza del treno che da Andria viaggia verso Corato.
Ora, mi chiedo come ciò sia possibile se, come tragicamente sappiamo essere vero,  tra le due stazioni c’è un solo binario. 
Forse non è così per tutto il tratto, o forse sarà solo un errore del sito. 
Un semplice, superficiale, errore. 
Esattamente come quello che ha generato questa inconsolabile tragedia.



















sabato 25 giugno 2016

Il pugno di una donna

24 giugno 2016.


Il risveglio, baciato dal riflesso blu che buca il finestrone del mio hotel affacciato sul mare, viene subito risucchiato nell'incubo Brexit che cancella in un solo colpo il sogno europeo. 

Nella fatica di mettere a fuoco uno sguardo, ancora assonnato, sulla notizia del giornale online, cerco di confonderne le parole e mi dico che non sto leggendo bene. 

Non accade però purtroppo come negli incubi da bagnacauda che, quando ti rendi conto che è tutto troppo brutto, ti autoforzi alla sveglia e, col cuore in gola, ti solleva la presenza del comodino al posto del plotone nazista che ti stava fucilando. 

Oggi il plotone, per fortuna, non è nazista.

Parla a malapena un Inglese da ignorante, ma è un po' come mi avesse fucilato davvero. 

Di certo l'idea di un'Europa, difficile, sofferta, ma aperta ed un po' cosmopolita come Londra, si accascia sotto i colpi populisti ed egoisti del 52% degli Inglesi. 

Colpisce che siano i rincoglioniti dai tabloid e dalle TV commerciali, over 65 o giù di lì, ad aver deciso per quei giovani che amano l'Europa viaggiando e studiando in giro e che si troveranno a vivere in un'isola più piccola ed egoista almeno quattro volte più a lungo di questi vecchi ignoranti ed imbecilli che spero paghino caro e da soli un conto molto salato (questo non è un articolo di giornale e posso scrivere quello che voglio compresa una versione rivista della bestemmia di mussoliniana memoria e rivolta alla "perfida Albione" : "dio stramaledica (il 52% de)gli Inglesi") 

Colpisce anche che, proprio chi ha ancora una memoria della fatica fatta per aprire le frontiere ed avere dato a noi ed ai nostri figli la possibilità di vivere in una piccola porzione di mondo in pace, nella quale muoversi e trasferirsi era diventato più facile, abbia deciso di chiudersi di nuovo in casa, ammaliato dal qualunquismo e dalla assenza di idee di chi non capisce che il mondo va avanti e finge che basta fermarsi e barricarsi per cambiarlo. 

Sarà il fatto che, nel lontano 1979, quando ancora l'Europa era ad una cifra  (!), spendevo una vacanza assieme a ragazzi spagnoli, francesi, tedeschi (gli inglesi già allora non erano venuti) a parlare di Europa non solo come MEC (mercato comune europeo) o che nel vicino 2015 Enrico si è trasferito a Londra a lavorare dopo aver fatto l'Erasmus e poi uno stage in quella città considerata anche un po' nostra. 

Sarà che in questo lungo lasso di tempo, tra mille difficoltà e tentennamenti, impatti economici e benefici culturali, aneliti di pace e complessi di inferiorità, l'idea di tornare indietro sembrava poter essere legata solo ad eventi traumatici come il fallimento di uno stato (vedi Grexit). 

Sarà che ancora non si riesce a fare nostro fino in fondo il vero problema che forse è alla base di questa reazione che è  lo squilibrio con altri mondi flagellati da povertà di radice europea e guerre religiose (non è un articolo e potrei tirare la bestemmia giusta per ogni dio che porta i fedeli alla guerra, ma questa volta non lo faccio). 

Sarà per mille altre ragioni che non riesco ora ad esprimere, ma questo stramaledetto Brexit, avvolto dal profumo del dolce mare di Bisceglie, mi ha colpito in faccia come il pugno di una donna. 

È veramente uno shock.

Le evoluzioni saranno imprevedibili come (incredibile) imprevedibile è l'impreparazione che traspare dalle reazioni, ancora poco lucide, che trapelano dai giornali (alcuni anche impreparati a titolare...)



Nella mia tristezza, spero si vada velocemente verso un divorzio in cui si regolino equamente e senza sconti gli aspetti economici e si mantenga, come purtroppo non spesso accade nella realtà, un rapporto di amicizia con la porta sempre aperta, soprattutto per quei figli che hai abituato ed illuso che la casa fosse una sola. 


P. S.: tutto questo accade mentre sono "giudice" ad un hackathon ovvero una maratona di presentazioni di start-up di giovani (e meno) che hanno idee più o, molto spesso, meno digitali.
L'entusiasmo e la voglia di mettersi in gioco di questa gente, molto più della brillantezza delle loro idee, attenua solo un po' il sapore amaro da cambiamento insensato che attanaglia anche la platea di "papaveri" che presenzia a questo Digithon (www.digithon.it)