Nell'immaginario comune, "cane e gatto" è sinonimo di discordia, disprezzo reciproco, in un certo senso anche di prevaricazione della forza fisica sull'astuzia così come, per contrappasso, di sfacciata irriverenza dell'anarchico contro il fedele e sottomesso servitore.
Insomma una serie di letture prevalentemente negative.
In genere però, l'espressione si usa per situazioni in cui si sottintende una sorta di familiarità tra le due parti.
Si dice che sono cane e gatto, ad esempio, un fratello ed una sorella (quante volte me lo sono sentito dire da bambino...) oppure un marito ed una moglie, oppure due colleghi che condividono gli spazi lavorativi litigando per ogni cosa, ma, in fondo in fondo si stimano e, in alcuni casi, si vogliono anche bene.
E' difficile sentirlo riferito a persone che sono distanti, non solo nel carattere, ma anche nella posizione sociale, né tanto meno, nelle idee politiche.
In quel caso si usano termini meno bucolici, come nemico, avversario, oppositore.
"Cane e gatto" è quindi, in fin dei conti, un'espressione che richiama sì una tensione, ma in un contesto che possiamo provare a chiamare affettuoso.
Il perché di questo sproloquio iniziale è presto detto.
Non voglio parlare di fratelli e sorelle (e neanche di mariti e mogli).
Non voglio parlare nemmeno di politici (che in quel caso il solo pensiero del nemico è ispiratore di istinti rivoluzionari e violenti).
Voglio parlare di "cane e gatto" per davvero e raccontare di una storia piena di affetto.
Dunque, Asia, il nostro golden retriever (12 anni il 4 ottobre u.s.) è solita passare le sue giornate nel piccolo giardino di casa, lavorando duramente come cane da guardia (!).
La sua interpretazione di difesa del territorio e quindi il suo comportamento "lavorativo" consistono nel lasciar scorrere il tempo comodamente sdraiata in un paio di postazioni.
Fin da cucciola sempre quelle. Tutte e due in posizioni defilate.
La prima, ben nascosta sotto il tavolo nel piccolo porticato davanti alla porta.
La seconda ancora più occultata in un buco nel terreno che lei stessa ha scavato sotto la siepe di pitoforo.
Da entrambe le posizioni si guarda bene dallo scomporsi se passa qualcuno, a meno che non si tratti di chi (fosse anche un ladro) la chiama per farle le coccole.
Diciamo che la sua interpretazione della mission lavorativa (sto scherzando...) è un po', per così dire, alla buona.
In due casi però il suo istinto si rivela per quel che dovrebbe essere: un cane che insegue ed abbaia.
Il primo caso non lo dico, perché non gliel'ho insegnato io e non è così politically correct, anche se farebbe molto piacere ai tanti razzisti che vanno di moda purtroppo in questi tempi.
Il secondo caso invece è più normale, anzi è proprio ... il caso del gatto.
Capita spesso, infatti che, sentendoci arrivare dal fondo del vialetto pedonale che conduce a casa nostra, invece di trovarla bellamente addormentata in una delle due "location" di cui sopra, la sentiamo correre verso il cancello, a volte pure abbaiando, preceduta dalla nuvola di peli di un gatto che, proprio come un cartone animato, scappa terrorizzato inseguito dal suo nemico numero uno.
A dire il vero, più di una volta abbiamo avuto la sensazione che fosse solo una messinscena per darci la soddisfazione e sentirsi rivolgere un apprezzamento per il lavoro ben fatto.
D'altronde, l'addestramento quasi comico del "Ciàpa el gato!" che le urlo ogni tanto per vederla schizzare alla rincorsa di un gatto inesistente, a qualcosa servirà pure!
Resta il fatto però che, fino a pochi giorni fa, quelli che ho detto erano una serie di punti fermi: i nascondigli, sempre quelli, quella cosa che non mi piace dire ed il gatto che esce di corsa dal cancello (quasi sempre un gatto nero con la coda mozzata da una battaglia tra gatti).
Bene, sono ormai due settimane però che due di queste certezze sono venute meno: Asia non si nasconde più nelle sue "tane" ed il gatto, quello nero a coda mozza, non scappa più dal nostro giardino.
Quello che succede invece è che Asia passa le sue giornate accovacciata davanti al cancello, senza più scomporsi nemmeno davanti alle coccole di chi passa.
Abituati a vederla stiracchiarsi uscendo assonnata dai suoi nascondigli o a scodinzolare a chiunque la sfiorasse, trovarla sempre immobile sulla soglia del cancello, un po' vigile, un po' abbattuta in un atteggiamento così insolito e di attesa, ci è sembrato davvero strano.
Quello che è successo (l'abbiamo scoperto parlando con un vicino) è che il gatto nero a coda mozza ha fatto la fine di tutti i ricci che attraversano la strada e lei è li che lo aspetta, inutilmente, probabilmente per giocarci fino al nostro ritorno e poterci proporre la sua recita da "cane e gatto".
Peccato che questo spettacolo sia sospeso, forse per sempre.
Ma il suo dolcissimo atteggiamento di attesa è la prova provata che, almeno per gli animali, il concetto di "cane e gatto" è più intriso di affetto che inimicizia.
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giovedì 25 ottobre 2018
lunedì 19 febbraio 2018
Il fiore che non appassisce
Chi è cresciuto nell'abitudine di amare, dedicarsi agli altri e rispettare le regole, non dimentica la bontà.
Non sto parlando di me, ovviamente.
Su queste buone abitudini, nonostante i giusti insegnamenti, ho infiniti spazi di miglioramento.
Non parlo, tanto meno, di uno dei mille ipocriti paladini di tali valori che, in questo periodo, impestano le nostre giornate con squallide campagne elettorali.
Parlo di un fiore che appassisce e che, nonostante questo, continua a riempire il mondo con il profumo della sua dolcezza.
Questa fiore è la mia mamma ed oggi compie 85 anni.
Voglio farle gli auguri in questo modo, ricamando sulle sue abitudini.
La prima è l’abitudine ad amare.
La sua nasce da lontano.
Di sicuro la respira, piccola e bellissima primogenita, dai genitori, Bruno ed Elisa (sempre chiamata nonna Lisetta).
Uniti in modo assoluto e commovente, hanno superato assieme difficoltà piccole e grandi.
| La mia mamma è la bambina col fiocco bianco in testa |
Dalla distanza Pioltello-Saronno percorsa in bicicletta dal mio nonno per andare a trovare la sua giovane fidanzata, alle incredibili peripezie quando, ormai più che settantenne, andava a trovarla in casa di riposo su uno scalcagnato motorino che lui stesso, vero talento nella arti meccaniche, aveva messo assieme.
Ogni giorno avviava il catorcio pedalando, come un giovane, tenendo stretto sul manubrio il sacchetto col budino preparato per la nonna, ormai avvolta dalle nebbie della stessa malattia che oggi asfissia la mia mamma.
Per non parlare delle sofferenze della guerra, quando il nonno era costretto a scappare nei rifugi trasportando la nonna, semi-paralizzata, sul portapacchi di una bicicletta, lasciando i tre figli alle cure dei vicini.
O ai chilometri percorsi a piedi alla fine del lavoro alle Officine Ferroviarie, tutti i giorni, dal capolinea di Grezzana fino a Valciàpelo, un posto di mezza montagna, dove erano sfollati dopo la nascita del quarto figlio.
E’ lì che la mia mamma, bambina ormai cresciuta, si dedica ai fratelli più piccoli, sostituendosi sempre più spesso ad una madre malaticcia e, chissà, forse travolta dal male oscuro di una vita violentata da una guerra orribile e così diversa da quella sognata.
E’ lì che impara ad ignorare i morsi della fame rispettando la regola atroce di non oltrepassare la linea di confine tracciata idealmente sul tavolo condiviso con la famiglia della zia ed i cugini più fortunati, sfamati a pane bianco e salame e non a pane nero e patate.
Certo, Anna Frank ne ha viste purtroppo di peggio, ma quando la mamma mi raccontava questa scena, mi pareva di sentire l’odore di quelle ingiustizie e mi chiedevo come avesse potuto sopportare tutto questo senza ribellarsi mai.
In queste prime sofferenza stanno le radici del suo modo quasi austero, auto-limitato, di gioire.
E' in quell'insopportabile squilibrio di emozioni che sta tutta la sua inclinazione, quasi testarda, a sentirsi a posto solo quando ha dato tutto ciò che può dare, con umiltà, senza sfoggiare e, soprattutto, con un rispetto ed un senso di giustizia più etico che religioso (né, tanto meno, bacchettone).
Questo dare, senza apparire, è stata la sua vera e grande ribellione.
Questo dare, senza apparire, è stata la sua vera e grande ribellione.
Potrei riempire pagine, e forse un giorno lo farò, con gli episodi della sua vita condita di amore, dedizione e senso etico.
Dalla devozione unica e totale al mio papà, al dolce rigore con cui metteva in riga le decine di ubriaconi bestemmiatori alla chiusura del bar che aveva gestito con coraggio per qualche anno.
Dall’esperienza pioneristica da genitore volontario alle prese coi Decreti Delegati, al diploma di terza media recuperato, ormai più che sessantenne, con la passione e determinazione di quell'adolescente che non era stata.
E poi, le esperienze di volontariato che nemmeno conosco quante siano state.
Su questo, lei, con me da sempre niente parole e tutto sguardi, diceva poco e faceva molto, lasciando il segno.
Tra i bambini ed i ragazzi dei Grest estivi, ad esempio, era una dolce celebrità e questo era strano per noi figli.
Bimbi un po' pestiferi, soprattutto mia sorella ed io, l’avevamo conosciuta molto meno sdolcinata e propensa alle coccole. A quel tempo da lei ho preso più sberle - tutte più che meritate - che bacini.
Ma oggi mi rifaccio.
Quando la vedo è tutto un bacio.
Stringerla senza romperla è un gesto che richiede attenzione, ma lo faccio continuamente, rimpiazzando ora, con quel bacio, una ad una tutte le sberle di un tempo.
E’ incredibile poi come, così persa in un mondo che ora le ingarbuglia anche le parole, oltre che i pensieri, una sola cosa riesca ancora a fare breccia nella sua mente appassita.
Le dico: “mama, me déto un basìn?”
Lo dico in dialetto, che non era la nostra lingua, un po' per gioco un po' perché era quella dei suoi rispettati genitori.
E, non so se, a quel punto, sia per lei più forte il senso dell’amore che le ispira la parola mamma o la voglia di corrispondere alla mia richiesta di darmi quel poco che ha, oppure il rispetto di una sorta di ordine che le arriva da lontano e nella lingua delle regole.
Succede però sempre che si svegli, per un secondo, dal tenero torpore o interrompa il suo sommesso ed educato biascichio di parole ormai senza senso.
Poi , con un movimento lento e delicato, mi schiocca un bel bacio sulla guancia.
In quel momento chiudo gli occhi e provo la sensazione di essere avvolto dai soffici petali di un fiore.
E penso che, sì, è proprio vero: la bontà è un fiore che non appassisce mai.
mercoledì 16 agosto 2017
OCCUPA LA CORSIA LIBERA PIU' A DESTRA
La scritta che campeggia
a volte sui tabelloni dell’autostrada sembra essere espressa in modo incomprensibile.
In un mondo ormai abituato
a reagire (od agire) soltanto alle (con) offese da “Leone da tastiera” l’invito
così cortesemente espresso al fine “semplice” di far rispettare un articolo del
Codice della Strada (il 143 nella fattispecie) non viene mai compreso e spesso
viene considerato, invece, un’imposizione da ignorare, meglio da deridere,
offendere, insultare.
Il richiamo ai “leoni da
tastiera” mi è venuto in mente assistendo all’arroganza (il più delle volte
vigliacca ed ignorante) di chi dissemina qualunque post su FB con offese ed
insulti in sfregio ad ogni regola di buon gusto erispetto del galateo (netiquette nel caso di Internet).
Come nel caso, di recente
attualità, dei commenti ai post del Presidente della Camera, Laura Boldrini
che, antipatica fin che si vuole, ha giustamente deciso di denunciare uno ad
uno quegli imbecilli incapaci di esprimere un dissenso senza evocare violenze
fisiche da esame colonscopico.
La stessa arroganza dei
“Leoni da corsia” che, incuranti dei chilometri di nastro asfaltato liberi alla
loro destra, dileggiano il cortese cartello (ed il richiamato articolo del
Codice della Strada) piazzandosi nella corsia di mezzo, lì restando qualunque
cosa accada.
Per uno come me che
settimanalmente si sciroppa la sua dose di autostrada, è diventata così una fastidiosa
consuetudine l’imbattersi in questo genere di “animale” al punto che mi sono
interrogato sulle ragioni che spingono questa specie in continuo aumento a tale
comportamento.
Ho riassunto, come d’uso
sul web, le principali conclusioni a
cui sono giunto in 10 Spiegazioni, ben consapevole che non sono certo tutte, né, tanto
meno, quelle giuste.
Spiegazione n.1: il “Leone da corsia” ha acquistato sul mercato
secondario un pacchetto di azioni privilegiate della Società Autostrade che
gestisce il tratto in esame. Il pacchetto, la cui contabile d’acquisto solo rarissimamente
viene esposta sul lunotto posteriore a riprova dell’avvenuto regolamento per
cassa, dà il diritto esclusivo di occupazione della corsia di mezzo se
l’autostrada ha tre corsie, addirittura della terza corsia se l’autostrada ne
ha 4.
Spiegazione n.2: il “Leone da corsia” reagisce ribellandosi in
questo modo al cosiddetto “complotto del camionista estivo”. Tale complotto
consiste nella accanita determinazione dei camionisti ad occupare la corsia di
destra deformandone l’asfalto (la qual cosa accade principalmente d’estate
quando l’asfalto è più molle) rendendolo più sconnesso di quello delle altre
corsie. In tanti anni di frequentazione la mia media personale mi dice
purtroppo che la qualità degli asfalti è assolutamente un’invariante rispetto
alla posizione della corsia.
Spiegazione n.3: molto spesso il “Leone da corsia” ruggisce su una
macchina di piccola cilindrata, fatto che, consapevole dell’arroganza maschilista
di quanto vado a dire, lo porta ad agire annebbiato dalla tipica invidia di chi “ce l’ha piccolo” occupando
ingiustamente uno spazio che considera a risarcimento della mancanza di misure
(o prestazioni).
Spiegazione n.4: il “Leone da corsia” pensa che la corsia di destra
sia riservata ai camion e, non volendo partecipare al succitato complotto, si
guarda bene dal contribuire alla deformazione dell’asfalto. Gli basta e avanza,
in tutta evidenza, contribuire alla deformazione degli attributi di chi
vorrebbe viaggiare senza inutili zig zag.
Spiegazione n. 5: Il “Leone da corsia” è parsimonioso nei consumi
di carburante e molto preparato in geometria piana. Egli considera che, applicando
il teorema di Pitagora, continuando a rientrare e ad uscire dalla corsia di
destra il tragitto totale si allunghi per effetto del fatto che si è costretti
a viaggiare sulle ipotenuse dei triangoli rettangoli che descrivono in prima
approssimazione le traiettorie di uscita e rientro e quindi non si sposta dal
centro per risparmiare.
Risparmio (io) i dettagli del calcolo (facilmente riproducibili), ma, se il
“Leone da corsia” avesse una eguale preparazione in matematica, avrebbe
facilmente calcolato che, anche continuando a rientrare ed uscire ogni 150
metri (cosa assolutamente improbabile e
teorica) l’allungamento ha un impatto di 3 parti su 10000 che, in un tragitto
di 150 km si traduce in ben 51,40 metri in più. Di sicuro spenderebbe in più molto meno di quanto spenderà invece
per riparare i danni provocati dalle maledizioni che riceve.
Altrettanto scarsa
deve essere poi la conoscenza che il “Leone da corsia” ha dei modelli atomici.
Gli elettroni, in assenza di scambi di energia, tendono ad accomodarsi
sull’orbitale libero più in basso (meno energetico). L’analogia con la corsia
libera più a destra, dovrebbe apparirgli evidente e guidarlo ad uno spirito di
emulazione di questo processo naturale.
Spiegazione n.7: il “Leone da corsia” non è un esperto di
matematica né di chimico-fisica, ma è un valente statistico ed ha calcolato che
la probabilità di subire un incidente nella corsia di mezzo è sensibilmente
inferiore a quella che si ha viaggiando nella corsia più libera a destra. Non
riesco a contestare con altrettanta precisione questa convinzione, mi limito
solo ad osservare che, in condizioni di emergenza e di caos come quelle che
accompagnano un incidente è più pericoloso venir schiacciati a destra da un
camion e a sinistra da una macchina veloce che avere una via di fuga quasi
sicuramente libera come la corsia di emergenza.
Spiegazione n.8: il “Leone da corsia” viaggia al centro per un
intimo bisogno di simmetria ed equilibrio. Solo in quella posizione si sente in
grado di non caracollare verso stati emotivamente instabili. Quella, in
definitiva, è la posizione che il suo karma gli consiglia di occupare. Per gli
altri, quelli che invece rispettano le regole, la posizione ideale per il
“Leone da corsia” (ed il suo karma) è tutta un’altra. Indovinate quale.
Spiegazione n.9 : E’ la trasposizione in politica della
Spiegazione n.8. Il “Leone da corsia” è democristiano dentro. “Avanti al centro
contro gli opposti estremismi” è il suo mantra. Considerata la diffusione della
DC nei decenni passati, verrebbe da assumere che l’età media del “Leone da
corsia” sia elevata. Purtroppo devo smentire la cosa: un sacco di loro è
giovane anche se, nel momento del sorpasso, mostra facce non proprio vitali o
sveglie. Anzi.
Spiegazione n.10: il Cartello luminoso con la scritta è, per
il “Leone da corsia” come lo striscione del traguardo per l’atleta. Si passa al
centro, non si rischiano penalità. Poi, meglio non rischiare di sbagliare il
prossimo cartello e quindi, ma si dai, rimango qui…
Spiegazione n.11: è ancora un tema di parsimonia nei consumi,
ma questa volta riguarda le frecce (gli indicatori di direzione per essere
precisi). Vuoi mai che continuare ad attivarli mi faccia consumare più
carburante per produrre l’energia elettrica necessaria al lampeggio?
Penso sia evidente che
nessuna di queste 10 idiozie può essere alla base del comportamento del “Leone da
corsia”.
In effetti, però non è
nell’idiozia della spiegazione che va cercata una risposta, ma in quella del
Leone stesso, che, in questo caso non ho
tema di smentita, la manifesta tutta
intera (la sua idiozia) per tutto il tempo in cui occupa abusivamente una corsia,
avendo quella più a destra libera per chilometri.
Ecco che, allora, sorge
spontanea una domanda riguardo a quanto detto in apertura sulla scarsa
chiarezza del messaggio luminoso: ”OCCUPARE LA CORSIA PIU’ LIBERA A DESTRA”.
Forse il messaggio è
abbastanza chiaro in sé, anche perché presente a volte in forme diverse tipo:
“UTILIZZARE LA CORSIA PIU’ LIBERA A DESTRA” (che, sai mai che occupare sia un
verbo indigesto a chi ha passati democristiani) oppure “MANCATO USO CORSIA
LIBERA A DESTRA : -4 PUNTI SULLA PATENTE”,
oppure addirittura “AGEVOLA IL SORPASSO : OCCUPA LA CORSIA LIBERA PIU’ A
DESTRA”.
Ma, con tutta evidenza
(più volte sperimentata anche oggi nel viaggio ferragostano Verona-Mlano) né la
chiarezza, né la minaccia, né ancor meno la richiesta gentile hanno effetto col “Leone da
corsia”.
Non è , forse allora che, vista
la specie di “animale” con cui abbiamo a che fare (mi scuso con il vero re dei
felini) servirebbe un linguaggio più consono ai suoi costumi?
Ad esempio, potrebbe
andare un : “SEI UN COGLIONE SE NON TI SPOSTI A DX APPENA PUOI”?
O forse è meglio addirittura
geolocalizzare l’invito di modo che, sull’A4 o l’A22, nei pressi di Verona compaia
la scritta (ai più incomprensibile) “CHE LA VACA CHE TA’ CAGA’, TE SPOSTÍTO A
DESTRA, SÍ O NO?” che, forse incuriosito da tale insolito linguaggio il “Leone
da corsia” accosterebbe, fermandosi a pensare
,realizzando così, d’emblée, il sogno di chi vuole, semplicemente, vederli
sfilare a destra.
P.S.: i più attenti avranno notato che la
numerazione delle Spiegazioni salta un numero. Quello centrale. In altre parole
lo lascia libero. Lascio a voi immaginare perché…
PP.SS.: era un po' che non scrivevo e non sono proprio contento di aver ripreso a scrivere con una pseudo invettiva, ma tant'è, il mondo è bello perché è vario e anche i "Leoni da corsia" meritano un minimo di ironica attenzione.
PP.SS.: era un po' che non scrivevo e non sono proprio contento di aver ripreso a scrivere con una pseudo invettiva, ma tant'è, il mondo è bello perché è vario e anche i "Leoni da corsia" meritano un minimo di ironica attenzione.
domenica 20 novembre 2016
Il Poeta e il Poliziotto
La mia fila è quasi alla fine della lunga platea.
il pianoforte di Danilo Rea (Fazoli) e il microfono di Gino Paoli (non riesco a leggerne la marca...) sembrano emergere da un orizzonte lontano.
Il posto accanto a me è vuoto.
Avevo prenotato anche per Elisabetta, ma seguirmi in queste domeniche di lavoro milanese è oggettivamente difficile per lei.
La sedia libera però non sfugge ad un signore che mi chiede se posso scambiare il posto con lui. Quando capisce che i posti che gli concedo sono addirittura due, proprio come stava cercando, mi ringrazia mille volte.
Così, da qualche fila più avanti, assisto al ripetersi del miracolo del Poliziotto con mille dita: Danilo Rea.
Da quel Fazioli escono rotoli di note così armonicamente sincopate che trasformano, senza dileggiarle, le piu belle canzoni del cantautore genovese.
Che, un po' annoiato come sempre, si lascia andare, con la sua voce inconfondibilmente rugosa ad un repertorio variegato ed altalenante, tra canzonette napoletane e melodie francesi, passando ovviamente per i suoi pezzi più classici da La Gatta a Sapore di Sale, dal Cielo in una stanza a Una Lunga Storia d'amore.
I due (anzi solo Rea) regalano anche un medley con alcune delle più belle canzoni di Amici non ci sono più. Quanto tocca a Bocca di Rosa, arrangiata dalle cento mani meravigliosamente jazz del pianista, non so cosa è successo, se sia stata la polvere anni '50 che mi porto dalla casa di Via Papa o, forse, chissà, ma i miei occhi hanno iniziato a lacrimare.
Bella serata, davvero, le magie del Poliziotto Rea (lo chiamo così per la sua posa composta e il suo panciotto da commissario) e le Poesie di
Paoli, cantate col disincanto di chi le ha viste tutte e non ha niente da perdere a mettersi in gioco, le sue parole, la sua musica, ma soprattutto quel sapore da 45 giri che la sua voce ha risvegliato nella mia memoria, hanno cancellato cone d'incanto, la stanchezza di questo ennesimo week end da manovale...
domenica 30 ottobre 2016
Il complotto dell'ora solare
Dunque, Asia, la nostra golden retriever di ormai ben 10 anni è, come tutti i cani, metodica ed abitudinaria.
In particolare per quel che riguarda l'orario dei pasti, riesce, in ogni condizione, a spaccare letteralmente il secondo.
Possiamo essere a casa a Verona, o a Milano, oppure in camper, o in vacanza in qualsiasi altro posto che, immancabilmente, alle 7 della mattina (secondo più, secondo meno e non sto esagerando) lei si presenta pimpante a fianco del letto dalla parte di Elisabetta e, scodinzolando rumorosamente, ci obbliga all'alzataccia con riempimento di ciotola (il solo odore delle crocchette, a quell'ora, è come un calcio nello stomaco) e supporto all'assolvimento dei suoi bisogni (che varia dall'apertura della porta, quando siamo a casa, alla passeggiata "milleodori" se siamo in giro).
Questa notte, mentre scattava l'ora solare, dormivamo beatamente a Milano (situazione che ci obbliga alla passeggiata millefiori perché non abbiamo giardini) e qui è avvenuto l'incredibile.
Alle 7.00 in punto (la sveglia OREGON che proietta sul soffitto le ore si ferma ai minuti...) Asia entra in camera nostra ed inizia a scodinzolare e zampettare dalla parte di Elisabetta che sta dormendo il sonno dei giusti.
Io, invece, la sento e ricerco nel dormiveglia la giusta imprecazione per ordinare alla piccola pelosa di stare giù, zitta e buona, con l'intento di abituare, fin da subito "la bestia" ad aspettare le "nuove" 7.00 dei prossimi mattini fino al ritorno dell'ora legale.
Infatti ho dimenticato di portare indietro l'orario della sveglia e quindi (penso) le 7.00 che segna ora saranno in realtà da domani in poi (dopo il mio intervento) le 6.00.
Asia accetta malvolentieri il mio ordine e si accomoda pesantemente con il solito tonfo di protesta sul pavimento, mugugnando con un verso che trasmette senza veli tutta la sua contrarietà.
Poi succede ciò che non mi aspettavo.
Passa neanche mezz'ora e la sveglia del mio iPhone, impostata, nonostante la domenica, alle 7.30 per permetterci di iniziare di buon'ora le attività nella casa di via Papa, suona impietosa.
Cosa c'è di strano, direte voi.
Niente, niente, solo il fatto che l'iPhone cambia automaticamente l'ora da legale a solare e quindi, se era impostata alle 7.30 ed ha suonato dopo mezz'ora da quando la sveglia proiettava le 7.00, significa che anche la sveglia cambia automaticamente da ora legale a ora solare.
Ma allora, anche Asia che è entrata a reclamare le sue crocchette alle 7.00 in punto ha aggiornato automaticamente il suo conto alla rovescia verso le crocchette del mattino.
Oppure, come ha ipotizzato Elisabetta, ha imparato a leggere le ore sul soffitto...
Da una persona "non umana" come Asia, nel senso che non appartiene al genere umano, ma riesce ugualmente ad amare ed essere amata come uno di noi, ci si può aspettare molto, ma questo episodio è davvero strano....
P.S.: più o meno alla stessa ora in cui accadeva questa inezia, la terra del Centro Italia tremava furiosamente, per fortuna senza fare vittime e un'imbecille, con i neuroni in rivolta (l'unico vero complotto che ha ispirato pure il titolo di questo post) pubblicava un tweet sul complotto governativo nella valutazione del grado del sisma. Povera bestia "forse umana", lei...
Alle 7.00 in punto (la sveglia OREGON che proietta sul soffitto le ore si ferma ai minuti...) Asia entra in camera nostra ed inizia a scodinzolare e zampettare dalla parte di Elisabetta che sta dormendo il sonno dei giusti.
Io, invece, la sento e ricerco nel dormiveglia la giusta imprecazione per ordinare alla piccola pelosa di stare giù, zitta e buona, con l'intento di abituare, fin da subito "la bestia" ad aspettare le "nuove" 7.00 dei prossimi mattini fino al ritorno dell'ora legale.
Infatti ho dimenticato di portare indietro l'orario della sveglia e quindi (penso) le 7.00 che segna ora saranno in realtà da domani in poi (dopo il mio intervento) le 6.00.
Asia accetta malvolentieri il mio ordine e si accomoda pesantemente con il solito tonfo di protesta sul pavimento, mugugnando con un verso che trasmette senza veli tutta la sua contrarietà.
Poi succede ciò che non mi aspettavo.
Passa neanche mezz'ora e la sveglia del mio iPhone, impostata, nonostante la domenica, alle 7.30 per permetterci di iniziare di buon'ora le attività nella casa di via Papa, suona impietosa.
Cosa c'è di strano, direte voi.
Niente, niente, solo il fatto che l'iPhone cambia automaticamente l'ora da legale a solare e quindi, se era impostata alle 7.30 ed ha suonato dopo mezz'ora da quando la sveglia proiettava le 7.00, significa che anche la sveglia cambia automaticamente da ora legale a ora solare.
Ma allora, anche Asia che è entrata a reclamare le sue crocchette alle 7.00 in punto ha aggiornato automaticamente il suo conto alla rovescia verso le crocchette del mattino.
Oppure, come ha ipotizzato Elisabetta, ha imparato a leggere le ore sul soffitto...
Da una persona "non umana" come Asia, nel senso che non appartiene al genere umano, ma riesce ugualmente ad amare ed essere amata come uno di noi, ci si può aspettare molto, ma questo episodio è davvero strano....
P.S.: più o meno alla stessa ora in cui accadeva questa inezia, la terra del Centro Italia tremava furiosamente, per fortuna senza fare vittime e un'imbecille, con i neuroni in rivolta (l'unico vero complotto che ha ispirato pure il titolo di questo post) pubblicava un tweet sul complotto governativo nella valutazione del grado del sisma. Povera bestia "forse umana", lei...
martedì 2 agosto 2016
Roma città persa
Roma città persa.
Una condizione disperata che, se riuscì a salvare i monumenti, colpì invece in modo drammatico i suoi abitanti che furono oggetto di deportazioni e rappresaglie rappresentate anche in film memorabili come quello omonimo di Rossellini.
La disperazione che coglie oggi gli abitanti (ed i visitatori) di Roma è, per fortuna, profondamente diversa e nemmeno comparabile a quella provocata da una guerra così crudele. Ma, visto che siamo abituati bene, lascia un segno profondo.
E' più un senso di smarrimento che un dolore lacerante.
Ti perdi, senza scampo, di fronte alla sua bellezza universalmente unica perché Roma è, sfido chiunque alla smentita, la più bella città del mondo.
Il suo fascino irresistibile sprigionato dalle decine di ere sovrapposte ti avvolge per chilometri e chilometri.
Nessun insediamento urbano, per quanto irripetibile come Venezia (che btw è sempre Italia) o multietnico come Londra (che, btw, non è più Unione Europea) riesce ad ammaliarti così intensamente.
Roma è smarrita anche in se stessa.
Risucchiata verso un (speriamo non) irrecuperabile degrado che invade ogni androne, ogni marciapiede, ogni strada.
Che tu sia in un quartiere "nobile" come Prati, oppure nel centro storico, vicino al Teatro Marcello, così come in una prima periferia tipo la Nunziatella o nel nostalgico quartiere della Garbatella, le sue strade sono piste di tirassegno ai birilli umani che caracollano veloci sulle strisce pedonali, i suoi marciapiedi depositi di volantini ammuffiti su strati di foglie secche, i suoi lampioni bacheche per svuota solai o rivenditori d'auto, i suoi angoli spalle di appoggio per sacchi neri pieni di ogni tipo di rifiuto.
Sarà per il torpore, lacerato tra bellezza assoluta e rabbia per l'incuria, che anche la nostra giornata ha preso una piega di smarrimento fin dalle prime ore della mattina.
Il proposito di vivere una Roma diversa esplode dopo la classica visita alla meravigliosa fontana del Bernini a Piazza di Spagna, sopravvissuta all'idiozia degli invasori nordici così civili e bacchettoni a casa loro ed irrimediabilmente imbecilli a casa degli altri.
Una lunga passeggiata verso il Campidoglio sotto un sole africano ci ha fatto (per fortuna) inciampare a Palazzo Cipolla, in via del Corso, dove la mostra di Bansky (che le bufale di internet davano chiusa al lunedì) era invece invitantemente aperta e per niente affollata.
Abbiamo così potuto godere, in rilassata ammirazione, delle 150 opere del più famoso ed incognito Street Artist del momento.
Originario di Bristol, ha girato mezzo mondo diffondendo con i suoi grafiti un solitario e purtroppo inascoltato messaggio di protesta contro le guerre e le sopraffazioni sui popoli (in particolare quello Palestinese).
La mostra ospita riproduzioni ed originali dei sui pezzi più famosi, salvati in questo modo dallo sgretolio del tempo a cui lui vorrebbe vederli condannati.
L'impronta di giornata alla caccia di una Roma diversa si è interrotta solamente con la sosta estasiata al cospetto della statua di Marco Aurelio al Campidoglio.
Peccato che sia solo una copia dell'originale, restaurata ed esposta ai Musei Capitolini, perché la luce del suo bronzo dà l'illusione di una riuscita rivoluzione di bellezza, liberata com'è dal verde delle ossidazioni con cui siamo abituati a vedere questo genere di statue.
Autentica e non certo restaurabile perché destinata a dissolversi lentamente è invece l'opera d'arte "Triumph & Laments" di William Kentridge (www.triumphandlaments.com).
Un interminabile graffito di sagome gigantesche che accompagna la sponda del Tevere da Ponte Sisto a Ponte Mazzini.
I disegni sono ottenuti ripulendo le pietre degli argini "ricalcando" le forme con la tecnica degli stencil (noi diremmo stampino, più formalmente normografo).
Lungo i circa 500 metri, figure evocative raccontano le gioie ed i dolori di questa città: dalla lupa dei Gemelli alla tragedia di Aldo Moro passando per il bacio tra Marcello (Mastroianni) ed Anita (Edberg).
Anche il pranzo ha voluto essere un po' diverso.
Stremati dal caldo e dalla fatica abbiamo goduto dell'ombra di un cortile per assaggiare dei saltimbocca (senza infamia e senza lode) in una trattoria in Piazza della Moretta.
Da lì, con un taxi, ci siamo immersi nella zona periferica e non certo nobile di Tor Marancia, dove, sulle facciate delle case di un isolato ICP (Istituto Case Popolari, all'epoca non era ancora Autonomo) voluto da De Gasperi nel '48 per salvare dal degrado una zona denominata Shangai a causa delle putrescenze liquide in cui versava, una quindicina di street artist hanno lasciato un segno di bellezza che risolleva di speranza una zona che le speranze le aveva ormai perdute.
Il progetto, dall'altisonante nome "Big City Life" (www.bigcitylife.it), espone a cielo aperto una quindicina di opere d'arte orgogliosamente adottate ed accudite dagli abitanti del quartiere.
(Non posso negare di aver pensato all'isolato di Via Papa, a Milano, dove spero tra non molto muoverò i miei bagagli da "commuter").
Non contenti di questa immersione abbiamo vagato, persi come la città stessa, alla ricerca della giusta direzione di un autobus che doveva portarci in centro, ma ci ha invece fatto aspettare più di quaranta minuti sotto una pioggia "vietnamita" nel periferico quartiere della Nunziatella.
L'occasione è stata buona però per perderci poi, di nuovo, nel fascino popolare della Garbatella, teatro all'aperto così caro agli sceneggiatori televisivi, affascinante per la sua architettura intrisa di retorica del Ventennio.
Le sue case, con le officine ed le trattorie negli scivoli che portano agli interrati studiati dai gerarchi architetti come ricoveri da dopolavoro, contrastano nel loro neorealismo con le violenze di protesta più sinistroide sui muri dell'adiacente Via dell'Armatore.
L'ennesima deviazione sbagliata (e, quando sbagli mentre cammini dopo ore l'errore pesa il triplo) ci porta in una zona, se possibile, ancor più degradata, verso la circonvallazione ostiense. Il richiamo agli Argonauti (questa è la zona) si stampa sui muri delle case qui attorno con grafiti degni di qualche foto.
Distrutti, ma persi nel piacere di questa Roma un po' diversa, abbiamo festeggiato poi la grande performance nel "piccolo" ultimo esame dato oggi da Luca, stramangiando alla Romana tradizionale alla Sagra del Vino (Via Marziale) meglio nota come "da Candido" l'oste che, assieme al figlio, presentano, ruvidi e declamanti, un menù da trigliceridi come una medicina toccasana.
E' più un senso di smarrimento che un dolore lacerante.
Ti perdi, senza scampo, di fronte alla sua bellezza universalmente unica perché Roma è, sfido chiunque alla smentita, la più bella città del mondo.
Il suo fascino irresistibile sprigionato dalle decine di ere sovrapposte ti avvolge per chilometri e chilometri.
Nessun insediamento urbano, per quanto irripetibile come Venezia (che btw è sempre Italia) o multietnico come Londra (che, btw, non è più Unione Europea) riesce ad ammaliarti così intensamente.
Roma è smarrita anche in se stessa.
Risucchiata verso un (speriamo non) irrecuperabile degrado che invade ogni androne, ogni marciapiede, ogni strada.
Che tu sia in un quartiere "nobile" come Prati, oppure nel centro storico, vicino al Teatro Marcello, così come in una prima periferia tipo la Nunziatella o nel nostalgico quartiere della Garbatella, le sue strade sono piste di tirassegno ai birilli umani che caracollano veloci sulle strisce pedonali, i suoi marciapiedi depositi di volantini ammuffiti su strati di foglie secche, i suoi lampioni bacheche per svuota solai o rivenditori d'auto, i suoi angoli spalle di appoggio per sacchi neri pieni di ogni tipo di rifiuto.
Sarà per il torpore, lacerato tra bellezza assoluta e rabbia per l'incuria, che anche la nostra giornata ha preso una piega di smarrimento fin dalle prime ore della mattina.
Il proposito di vivere una Roma diversa esplode dopo la classica visita alla meravigliosa fontana del Bernini a Piazza di Spagna, sopravvissuta all'idiozia degli invasori nordici così civili e bacchettoni a casa loro ed irrimediabilmente imbecilli a casa degli altri.
Una lunga passeggiata verso il Campidoglio sotto un sole africano ci ha fatto (per fortuna) inciampare a Palazzo Cipolla, in via del Corso, dove la mostra di Bansky (che le bufale di internet davano chiusa al lunedì) era invece invitantemente aperta e per niente affollata.
Abbiamo così potuto godere, in rilassata ammirazione, delle 150 opere del più famoso ed incognito Street Artist del momento.
Originario di Bristol, ha girato mezzo mondo diffondendo con i suoi grafiti un solitario e purtroppo inascoltato messaggio di protesta contro le guerre e le sopraffazioni sui popoli (in particolare quello Palestinese).
La mostra ospita riproduzioni ed originali dei sui pezzi più famosi, salvati in questo modo dallo sgretolio del tempo a cui lui vorrebbe vederli condannati.
L'impronta di giornata alla caccia di una Roma diversa si è interrotta solamente con la sosta estasiata al cospetto della statua di Marco Aurelio al Campidoglio.
Peccato che sia solo una copia dell'originale, restaurata ed esposta ai Musei Capitolini, perché la luce del suo bronzo dà l'illusione di una riuscita rivoluzione di bellezza, liberata com'è dal verde delle ossidazioni con cui siamo abituati a vedere questo genere di statue.
Autentica e non certo restaurabile perché destinata a dissolversi lentamente è invece l'opera d'arte "Triumph & Laments" di William Kentridge (www.triumphandlaments.com).
Un interminabile graffito di sagome gigantesche che accompagna la sponda del Tevere da Ponte Sisto a Ponte Mazzini.
I disegni sono ottenuti ripulendo le pietre degli argini "ricalcando" le forme con la tecnica degli stencil (noi diremmo stampino, più formalmente normografo).
Lungo i circa 500 metri, figure evocative raccontano le gioie ed i dolori di questa città: dalla lupa dei Gemelli alla tragedia di Aldo Moro passando per il bacio tra Marcello (Mastroianni) ed Anita (Edberg).
Anche il pranzo ha voluto essere un po' diverso.
Stremati dal caldo e dalla fatica abbiamo goduto dell'ombra di un cortile per assaggiare dei saltimbocca (senza infamia e senza lode) in una trattoria in Piazza della Moretta.
Da lì, con un taxi, ci siamo immersi nella zona periferica e non certo nobile di Tor Marancia, dove, sulle facciate delle case di un isolato ICP (Istituto Case Popolari, all'epoca non era ancora Autonomo) voluto da De Gasperi nel '48 per salvare dal degrado una zona denominata Shangai a causa delle putrescenze liquide in cui versava, una quindicina di street artist hanno lasciato un segno di bellezza che risolleva di speranza una zona che le speranze le aveva ormai perdute.
Il progetto, dall'altisonante nome "Big City Life" (www.bigcitylife.it), espone a cielo aperto una quindicina di opere d'arte orgogliosamente adottate ed accudite dagli abitanti del quartiere.
(Non posso negare di aver pensato all'isolato di Via Papa, a Milano, dove spero tra non molto muoverò i miei bagagli da "commuter").
Non contenti di questa immersione abbiamo vagato, persi come la città stessa, alla ricerca della giusta direzione di un autobus che doveva portarci in centro, ma ci ha invece fatto aspettare più di quaranta minuti sotto una pioggia "vietnamita" nel periferico quartiere della Nunziatella.
L'occasione è stata buona però per perderci poi, di nuovo, nel fascino popolare della Garbatella, teatro all'aperto così caro agli sceneggiatori televisivi, affascinante per la sua architettura intrisa di retorica del Ventennio.
Le sue case, con le officine ed le trattorie negli scivoli che portano agli interrati studiati dai gerarchi architetti come ricoveri da dopolavoro, contrastano nel loro neorealismo con le violenze di protesta più sinistroide sui muri dell'adiacente Via dell'Armatore.
L'ennesima deviazione sbagliata (e, quando sbagli mentre cammini dopo ore l'errore pesa il triplo) ci porta in una zona, se possibile, ancor più degradata, verso la circonvallazione ostiense. Il richiamo agli Argonauti (questa è la zona) si stampa sui muri delle case qui attorno con grafiti degni di qualche foto.
Distrutti, ma persi nel piacere di questa Roma un po' diversa, abbiamo festeggiato poi la grande performance nel "piccolo" ultimo esame dato oggi da Luca, stramangiando alla Romana tradizionale alla Sagra del Vino (Via Marziale) meglio nota come "da Candido" l'oste che, assieme al figlio, presentano, ruvidi e declamanti, un menù da trigliceridi come una medicina toccasana.
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