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giovedì 14 luglio 2016

L'Ottocento senza futuro

“DOPO GIUNTO MIA STAZIONE TRENO 1018 CHIEDO INVIARE TRENO 1023”.

Chissà se il capostazione di Andria ha usato il telefono di servizio,  un SMS, Whatsapp o Snapchat  per inviare al capostazione di Corato il dispaccio ottocentesco previsto dal RCT (Regolamento Circolazione Treni) nel caso di circolazione con Blocco Telefonico.

Chissà se, il capostazione di Corato (o viceversa,  questa non è una ricostruzione per la Commissione di Inchiesta delle Ferrovie né, tanto meno, per la Magistratura) ha alzato quella cornetta, così pesa di secoli,  e ha risposto “VIA LIBERA TRENO 1023”  o se era distratto da apparati più moderni, ma per niente utili in questo caso, ad evitare che 25 persone morissero come sono morte pochi minuti dopo.

Chissà se i due hanno alzato assieme lo sguardo da quegli aggeggi ed il culo da quelle sedie e compiuto il  gesto antico e rispettoso di inserire la chiave di sblocco del segnale  nell’ottocentesco apparato dopo che il deviatore aveva sollevato pendolando a forza il “macaco”  (quell’arcaico contrappeso che posiziona lo scambio nella giusta posizione) o se invece era già tutto pronto così,  per superficiale comodità,  apatica consuetudine di sequenze ormai centenarie come le regole che le dovrebbero scandire.

Chissà se, adagiati nell’abitudine quotidiana intervallata dai numeri pari e dispari dei convogli, hanno interpretato tutte le figure dell'antico balletto o hanno semplicemente dato per scontato che ad Andria si aspettasse l’arrivo del pari per giocarsi le vite sul dispari.

Fatto sta che, oggi, venticinque sfortunati che avevano - loro sì - tutto il diritto di distrarsi digitando sul telefonino o parlando col vicino,  di abbracciare la mamma per avvolgere, nella dolcezza, il dondolio della carrozza  o di sonnecchiare cullati dallo stesso rollio,  oggi, questi venticinque innocenti, non ci sono più.

Stritolati da una curva che ha impedito qualsiasi reazione ai due macchinisti.

Due poveracci (loro, forse si) che hanno obbedito all’ordine di una paletta verde magari nemmeno alzata - anche questo per consuetudine consolidata - e non si sono nemmeno chiesti perché partivano senza aver visto prima arrivare il solito treno che tutti i giorni entrava in stazione poco prima della loro partenza.

Sarebbe davvero normale che si capisse in fretta come è andata e che ci venisse raccontato bene tutto quanto, senza barbari accanimenti, ma anche senza inutili poesie contro regolamenti arcaici che, se rispettati, hanno fatto viaggiare miliardi di persone per centinaia di anni.

Il mio pianto, inutile e distante e quello più profondo ed inconsolabile dei parenti è offeso dalla superficialità che ha portato a tutto questo, anche questa purtroppo diventata abitudine consolidata, e dal sapore amaro e fortissimo del contrasto tra la modernità delle stesse carrozze accartocciate in quella maledetta curva, tra il fascino moderno di quei telefonini forse causa di distrazioni imperdonabili,  finanche tra la rapidità ed efficienza dei soccorsi,  tra la corsa alla solidarietà di una terra meravigliosa come la Puglia ed un regolamento ottocentesco che richiede, per forza, un amore per la disciplina ed un rispetto delle regole che non fa più parte delle cultura degli smartphone.

Non consola pensare che forse è peggio quell’imbecille di Schettino che si “inchina”  - anche lui in barba ad ogni regola - e, comodamente sistemato in banchina, osserva morire 35 persone, rispetto a quei due (certamente più) poveracci che hanno pensato fosse stupido fingere di essere nell’Ottocento quando in mano hai un oggetto che ti fa vivere nel futuro.

Il fatto è che loro erano pagati (magari poco, o non abbastanza e di sicuro meno dell’imbecille) proprio per vivere senza quel futuro che invece hanno tolto, purtroppo per sempre, a quelle venticinque (e forse più) anime.

Ecco, io non riesco a prendermela con i regolamenti ottocenteschi. Abbiamo migliaia di orpelli simili che ci condizionano la vita di tuti i giorni. E se sono necessari o inevitabili e siamo costretti (o pagati) per osservarli, l’unico modo per evitarli (quando esiste)  è cambiare strada o mestiere.

Io me la prendo, ed il pianto non mi consola, con chi pensa che le regole siano fatte per essere, nel migliore dei casi, sottovalutate.  
Per leggerezza, abitudine, superficialità, poco importa.
Qualunque sia la ragione, diventa, senza scampo, imperdonabile quando, a quelle regole, sono appesi i sogni di futuro anche di una sola persona.




P.S.: lo so, potrebbe essere andata in modo completamente diverso.  E la mia  è , per certo, una ricostruzione interamente arbitraria e personale. Ma, quando avevo 23 anni ed una capacità di apprendimento almeno il doppio di quella di oggi, mi sono messo bene in testa, assieme alle Varietà di Riemann ed alle equazioni del campo gravitazionale richieste per superare il mio esame di Relatività Generale, anche le più ordinarie regole ottocentesche del Regolamento Circolazione Treni necessarie per passare l’esame di Movimento ed ottenere l’abilitazione a fare il capostazione.
Ricordo, tutt'ora, nonostante l'età,  che  guardavo le due materie con lo stesso referente rispetto.
Consapevole anche che, se con le equazioni della Relatività Generale magari capivamo bene perché il gemello che viaggia invecchia meno di quello che sta fermo, con le regole del RCT  quello stesso gemello poteva esser sicuro di non morire viaggiando. 
Ecco perché questa storia mi ha colpito così tanto.

P.S..2 : Cercando il numero e l’orario dei treni in quella fascia sul sito internet delle Ferrovie del Nord Barese ho visto che , secondo l’orario stesso,  il treno proveniente da Corato arriva ad Andria un minuto dopo la partenza del treno che da Andria viaggia verso Corato.
Ora, mi chiedo come ciò sia possibile se, come tragicamente sappiamo essere vero,  tra le due stazioni c’è un solo binario. 
Forse non è così per tutto il tratto, o forse sarà solo un errore del sito. 
Un semplice, superficiale, errore. 
Esattamente come quello che ha generato questa inconsolabile tragedia.



















sabato 25 giugno 2016

Il pugno di una donna

24 giugno 2016.


Il risveglio, baciato dal riflesso blu che buca il finestrone del mio hotel affacciato sul mare, viene subito risucchiato nell'incubo Brexit che cancella in un solo colpo il sogno europeo. 

Nella fatica di mettere a fuoco uno sguardo, ancora assonnato, sulla notizia del giornale online, cerco di confonderne le parole e mi dico che non sto leggendo bene. 

Non accade però purtroppo come negli incubi da bagnacauda che, quando ti rendi conto che è tutto troppo brutto, ti autoforzi alla sveglia e, col cuore in gola, ti solleva la presenza del comodino al posto del plotone nazista che ti stava fucilando. 

Oggi il plotone, per fortuna, non è nazista.

Parla a malapena un Inglese da ignorante, ma è un po' come mi avesse fucilato davvero. 

Di certo l'idea di un'Europa, difficile, sofferta, ma aperta ed un po' cosmopolita come Londra, si accascia sotto i colpi populisti ed egoisti del 52% degli Inglesi. 

Colpisce che siano i rincoglioniti dai tabloid e dalle TV commerciali, over 65 o giù di lì, ad aver deciso per quei giovani che amano l'Europa viaggiando e studiando in giro e che si troveranno a vivere in un'isola più piccola ed egoista almeno quattro volte più a lungo di questi vecchi ignoranti ed imbecilli che spero paghino caro e da soli un conto molto salato (questo non è un articolo di giornale e posso scrivere quello che voglio compresa una versione rivista della bestemmia di mussoliniana memoria e rivolta alla "perfida Albione" : "dio stramaledica (il 52% de)gli Inglesi") 

Colpisce anche che, proprio chi ha ancora una memoria della fatica fatta per aprire le frontiere ed avere dato a noi ed ai nostri figli la possibilità di vivere in una piccola porzione di mondo in pace, nella quale muoversi e trasferirsi era diventato più facile, abbia deciso di chiudersi di nuovo in casa, ammaliato dal qualunquismo e dalla assenza di idee di chi non capisce che il mondo va avanti e finge che basta fermarsi e barricarsi per cambiarlo. 

Sarà il fatto che, nel lontano 1979, quando ancora l'Europa era ad una cifra  (!), spendevo una vacanza assieme a ragazzi spagnoli, francesi, tedeschi (gli inglesi già allora non erano venuti) a parlare di Europa non solo come MEC (mercato comune europeo) o che nel vicino 2015 Enrico si è trasferito a Londra a lavorare dopo aver fatto l'Erasmus e poi uno stage in quella città considerata anche un po' nostra. 

Sarà che in questo lungo lasso di tempo, tra mille difficoltà e tentennamenti, impatti economici e benefici culturali, aneliti di pace e complessi di inferiorità, l'idea di tornare indietro sembrava poter essere legata solo ad eventi traumatici come il fallimento di uno stato (vedi Grexit). 

Sarà che ancora non si riesce a fare nostro fino in fondo il vero problema che forse è alla base di questa reazione che è  lo squilibrio con altri mondi flagellati da povertà di radice europea e guerre religiose (non è un articolo e potrei tirare la bestemmia giusta per ogni dio che porta i fedeli alla guerra, ma questa volta non lo faccio). 

Sarà per mille altre ragioni che non riesco ora ad esprimere, ma questo stramaledetto Brexit, avvolto dal profumo del dolce mare di Bisceglie, mi ha colpito in faccia come il pugno di una donna. 

È veramente uno shock.

Le evoluzioni saranno imprevedibili come (incredibile) imprevedibile è l'impreparazione che traspare dalle reazioni, ancora poco lucide, che trapelano dai giornali (alcuni anche impreparati a titolare...)



Nella mia tristezza, spero si vada velocemente verso un divorzio in cui si regolino equamente e senza sconti gli aspetti economici e si mantenga, come purtroppo non spesso accade nella realtà, un rapporto di amicizia con la porta sempre aperta, soprattutto per quei figli che hai abituato ed illuso che la casa fosse una sola. 


P. S.: tutto questo accade mentre sono "giudice" ad un hackathon ovvero una maratona di presentazioni di start-up di giovani (e meno) che hanno idee più o, molto spesso, meno digitali.
L'entusiasmo e la voglia di mettersi in gioco di questa gente, molto più della brillantezza delle loro idee, attenua solo un po' il sapore amaro da cambiamento insensato che attanaglia anche la platea di "papaveri" che presenzia a questo Digithon (www.digithon.it)



domenica 12 giugno 2016

I (quasi) cent'anni di Francesco Guccini

Un enorme nuvolone nero, carico di pioggia copre, a tratti, la Luna e Giove che si baciano furtivi sopra i tetti della parte più bella di Verona. 






Per tutta la serata, il nero sipario davanti al romantico tramonto dei due astri incombe minaccioso sull'Incontro con Francesco Guccini, rendendo ancora più incerto e nostalgico il sapore di una serata così diversa da quella di un suo concerto. 

Francesco arriva puntuale come le bottiglie di vino poste sul tavolino da talk show al quale si siede accompagnato dal giornalista (non certo ignorante, almeno di musica) Enrico de Angelis. 



Appesantito e lento nei movimenti, sembra una ripresa, deformata dal rallenty, delle goffe movenze da cantastorie che hanno accompagnato i suoi concerti da un certo punto in poi. 

Una volta fatta l'esperienza ( mai ripetuta e quindi probabilmente non memorabile) all'Opera di Parigi, nel lontano 1987, il suo modo di stare sul palco cambiò infatti radicalmente e a me fece davvero strano la prima volta che lo vidi, forse era l'89,  in piedi, volteggiare a mano libera, invece  che seduto vicino a Flaco (o a Jimmy Villotti prima). 

In tutti i suoi concerti visti fino ad allora, da solo o accompagnato, stava seduto imperterrito, imbracciando la chitarra. Il più ampio dei suoi movimenti era, troppo spesso, quello dell'aggancio del fiasco vicino alla sedia.

A partire da quello del 31 marzo 1977 al Teatro Laboratorio in cui, inconsapevolmente, mi trovai in mezzo al gruppo di autonomi che lo costrinsero ad interrompere la performance alla canzone  "E un altro giorno è andato" dal momento che i suoi inviti ("i cinesi stiano zitti!") caddero inascoltati, venendo dilaniati dalle urla degli incazzati abusivi. 

Oppure in quel concerto a Sant'Ambrogio di Valpolicella, in un capannone freddo e senza acustica, dove un muro, si, proprio un muro alto tre metri, divideva il pubblico in due. 
Mi ricordo che Francesco ci ricamò sopra una storiella da morir dal ridere, incitando una volta una parte, una volta l'altra. 

O a Isola della Scala, nel 1980, già accompagnato dalla sua band storica, illuminata da un faro sul retro-palco puntato sulle orecchie di Ellade Bandini (che fu preso in giro tutta la sera) restó seduto, a distanza di sicurezza dal bottiglione di vino, per tutto il concerto. 

Anche stasera è seduto, goffo ed incredibilmente appesantito.

Infagottato in un impresentabile cardigan color caffelatte, si affatica, tossicchiando, su ricordi e racconti, solleticato dalle domande di de Angelis (non molto profonde e, almeno per me, un po' troppo da presentazione di un nuovo libro). 




Racconta della sua caduta ad Auschwitz, durante il suo recente pellegrinaggio e del ribrezzo che prova a vedere la mancanza di memoria che anima la rinascita di gruppi neonazisti.
Così come vomita, senza ritegno, la sua condanna per gli imbecilli de "Il Giornale" che regalano, con la scusa di una lettura critica, il Mein Kampf di non ricordo più che autore. 
Ci scherza sopra, dicendo che, probabilmente, gli imbecillì nonché ignoranti, avranno pensato che si trattasse di un trattato di agricoltura sui Miei Campi...


Senza scossoni e con la solita ironia canzonatoria e spesso rivolta verso se stesso, fa la sua parte di arguto e distaccato osservatore che gioca con le parole per trasmettere emozioni. 



Parla del libro e dei sui occhi da bambino che accompagnano il matrimonio del paese, o di quelli, più furbetti che cercavano, più avanti, l'intorto tra le note strimpellate nelle balere giovanili. 

Descrive gli anziani del suo paese assorti nel rito, esclusivamente maschile, delle chiacchiere ai funerali, seduti sui gradini, contrapposte alle devote preghiere delle donne che, sole , entrano in chiesa. 
Ci accompagna nel mulino dei nonni e ci presenta le macchiette della sua Pavana  che, dice, non fa neanche comune mentre meriterebbe di essere capoluogo di provincia (o di regione che le province non ci sono più...). 

Spiega il significato di alcune incomprensibili parole  presenti nel suo libro, rovistando le province di Mantova, Ferrara, Pistoia alla ricerca del loro etimo. 

Confida il suo amore per i gatti, prendendo in qualche modo, con rispettoso tatto, le distanze da chi preferisce i cani, ottenendo l'effetto di spaccare in due il mormorio delle duemila e più persone arrampicate sulla collina del Teatro Romano.

E, a proposito del pubblico (che lo ha accolto intonando un affettuoso "Tanti auguri a te" in anticipo di tre giorni) era quello che mi aspettavo: un mix di giovani (in netta minoranza, ma tutti preparati...) e meno giovani, rassegnatamente composti e di certo un po' tristi, di fronte alla certezza che non avrebbero ascoltato nessuna canzone uscire dalla voce del Maestrone. 

Un pubblico che non ha trasmesso agitazioni da concerto. Nessuna maglietta con il Che, nessuno striscione, nessun richiesta urlata per l'Avvelenata. 
Un pubblico di persone innamorate, insomma, ma abituate ormai all'assenza della sua voce dal vivo. 

L'intervista finisce infatti senza nemmeno l'accento di una sua nota, intervallata soltanto da qualche filmato d'epoca già visto mille volte e poche foto invece, quelle, meno famose. 

La mancanza della sua voce si è fatta sentire ancor più forte nella seconda parte della serata quando i Musici si sono avvicinati agli strumenti. 

Juan Carlos "Flaco" Biondini voce e chitarre, Vince Tempera tastiere, Antonio  Marangolo sax, con lui da (quasi) sempre,   Pierluigi Mingotti al basso (con lui dal 2001) e uno straordinario e gigantesco batterista, Ivan Zanotti (classe 1980...) che con lui non ha mai suonato. 




Musicisti strepitosi che hanno inanellato, dedicandole a Francesco, lentamente accomodatosi in prima fila, una bella serie di canzoni storiche: Incontro, Autogrill, La Locomotiva, Asia, il Vecchio e il Bambino, Cirano, Eskimo. 

Con il blues rivisto di Statale 17 hanno portato a termine  l'inchino rispettoso verso l'unicità delle interpretazioni originali evitando ammirevolmente di scimmiottare la scaletta originale. 

Ecco, se gli arrangiamenti e gli assoli dei musicisti hanno lasciato senza fiato un pubblico che non si aspettava tali sonorità jazz o, più spesso, duramente rockettare, la cadenza Argentina di Flaco, senza doppie, un po' sfasata e, soprattutto, senza la r arrotolata dal Limentra, hanno lasciato più d'uno un po' così, non dico deluso, quello no, ma, come ho detto prima, rassegnato alla mancanza del protagonista principale. 

C'è da dire che, se c'è uno al mondo a cui il pubblico di Francesco può perdonare sbavature nell'interpretare le sue canzoni, questi certamente è Flaco. 

Ed infatti, tutti i suoi tributi sono accompagnati da un sommesso coro in sottofondo che non è esploso come sarebbe esploso ad un vero concerto, ma forse solo per rispetto verso il Guccini spettatore e la sua stanchezza. 

Stanchezza che mi è parsa un po' eccessiva in confronto all'età, soprattutto quando ha detto, sia pur giustificandosi con la scaramanzia, che 76 sono troppi e sarebbe ora di chiuderla qui...




La serata è finita così, Francesco tornato sul palco, solo a salutare, ed il pubblico (non ammaestrato) di giovani e meno giovani che, ordinati e senza bandiere, hanno abbandonato un Teatro innondato di musica, ma, soprattutto, di felice nostalgia, completamente asciutti, nonostante il nuvolone ancora lì sopra la testa ed una Luna infrattata con Giove ormai sopra l'Oceano.  

















domenica 15 maggio 2016

I due mostri

Ramin Bahrami e Danilo Rea sono due pianisti. 
Due giganti della musica contemporanea.
Due mostri, insomma.

Classico il primo, jazz il secondo.

Hanno due personalità, due stili, due impostazioni musicali che più diversi non si può.
Stasera però hanno scommesso e vinto, fronteggiandosi su due pianoforti Fazioli al Pavillon di UnCredit.

Il concerto promette una trama di improvvisazioni su musiche di Bach.


Bahrami indossa un frac stropicciato e si arrampica grassoccio e scoordinato sullo sgabello di sinistra. 
Rea siede composto al pianoforte di destra vestito in casual chic. 
Sotto la giacca porta un panciotto che scoprirà solo a concerto avanzato.

Presenta lui la serata.
Sembra egli stesso impacciato dalla stranezza della combinazione. Mette un po' le mani avanti, raccontando di un ritorno ai classici ai quali, come ai jazzisti, piaceva improvvisare. 
Sarà perciò un concerto unico, diverso da tutti gli altri dice quasi a giustificare lo scompiglio che sta per arrivare.

E, in effetti, le prime note, quelle di una toccata o un preludio che non riconosco, lasciano un po' attoniti. I due stili si sovrappongono armonici nei toni, ma completamente sfasati nel marchio. Come se Chopin e Bach si fossero seduti uno di fronte all'altro intestardendosi ad interpretare ognuno col suo timbro la stessa composizione dell'altro.

Una coppia vicino a noi, si arrende subito. 
Si alza e se ne va.

Poi però, quando Bahrami, con l'onda delle sue mani invita la prima fuga e innesta la marcia del contrappunto tutto ritorna in ordine. E' come la carezza di una mamma che ti sistema i capelli arruffati dal vento.  

E da lì in poi diventa tutto più chiaro, l'orecchio si abitua al contrasto.
Io seguo il resto del concerto con un trasporto che, a momenti, mi metto a ballare sulla sedia.

Quasi come fa Bahrami che ha una mimica corporale e facciale trascinante. Un po' ispirato come Gould, un po' "smorfioso" come Jarrett e un po' anche (non me ne voglia, ma la sua corporatura non è da adone) sgraziato come Petrucciani.

Rea conferma il contrasto tra i due e di fronte alla tastiera siede con la severità e la compostezza di un poliziotto che redige il suo verbale per il magistrato di turno. Sembra battere i tasti di una Lettera 22 più che quelli di un pianoforte.

E così, i due si "baciano" in un contrasto che si ripete anche all'uscita di scena che segue ogni brano, quando Bahrami si alza di scatto come colpito da scossa elettrica e Rea lo guarda esitando come a chiedersi: " ma dobbiamo davvero uscire anche 'sta volta?" e portano avanti una performance da brivido e senza sbavature che ci lascia il gusto dolce di una bellissima serata.

Sono tanti i momenti che hanno scosso i sensi della gente in sala. Tutti, come me, curiosi di vedere la combinata di due bravure così diverse.

Uno tra questi certamente è stato quando, tra varie incursioni di melodie assonanti a musiche che di Bach non avevano nulla (tra gli altri, una modulazione dell'Inno alla Gioia di Beethoven, qualcosa che poteva essere Gershwin, altro ancora che ricordava Morricone o un Notturno di Chopin) Bahrami, con il suo tocco da clavicembalista ha avviato l'Aria della Suite n. 3 in Re maggiore (la cosiddetta Aria sulla Quarta Corda, la famosa sigla di Quark...) e Rea ci si è attorcigliato sopra con sincopati da jazzista.

Oppure quando, con lo staccato che ricorda il genio di Gould, Bahrami duetta con gli arpeggi di Rea sulla Aria e la Prima delle Variazioni Goldberg o sul primo preludio e fuga in do maggiore dal Primo libro del Clavicembalo ben temperato (quel preludio da cui Gounod ha preso l'aria della sua celebre Ave Maria).

L'apice del contrasto così armonico e trascinante tra i due, si manifesta però sul primo movimento della Suite n.1 in si bemolle maggiore che appare d'improvviso, come un appunto ordinato tra migliaia di fogli incomprensibili. 
Ad un certo punto, il poliziotto (Rea) stanco di redigere il suo verbale, si alza in piedi, si tuffa dentro il Fazioli scoperchiato e accompagna il virtuosismo di Bahrami con un pizzicato da brivido direttamente sulle corde del pianoforte.

Alla fine dell'esecuzione la gente si spella le mani alla ricerca di un bis che viene addirittura doppiato con simpatia dai due grandi musicisti.

Una serata da ricordare, oltre che per la musica e la straordinaria affabilità e simpatia dei due, anche per le belle (e tristi) parole che Bahrami ha voluto dedicare alla fine del concerto, in un  italiano impeccabile (lui ha vissuto qui in fuga dall'Iran per molti anni) alla necessità che il nostro Paese  così ricco di bellezza e tradizioni si distingua alla ricerca di più cultura, civiltà, dialogo, sfuggendo alla frenesia che ci ha reso tutti più androidi che umani.

















lunedì 9 maggio 2016

Il nipote "avvelenato"


Capita di domenica.

Nel giorno dedicato alla Festa della Mamma, adagiata pigramente sulla distesa ancora verde di un grano punteggiato di rosso papavero, una luce un po’ indecisa illumina l’arrivo alla casa dove la mia mamma sfiorisce, giorno dopo giorno, con la dignità delle persone umili e buone.

Non sono solo oggi, perché la Vale si è offerta di accompagnarmi.



Mi affianca, sensibile e comprensiva, in questi miei momenti di dolcezza straziati dalla ferocia di una malattia che ha ormai piegato in forme quasi indecifrabili le parole della mia mamma, senza però riuscire a cancellare la sua capacità di trasmettere l’amore per la vita e per le cose semplici.

Semplici, come afferrare e trattenere la mano di Valentina, scambiata per la madre…, o passeggiare giù nel parco con i suoi  passi di carta velina, felice di respirare un’aria diversa sorridendo alle grida dei bambini che le giocano vicino.
O come portare alla bocca la sua pasta preferita, quella torta italiana che, un morso dice che è buona e un morso no, ma sempre la cerca.

Accantonata, mestamente, l’iniziale intenzione di arrivare sin qui in moto - dato che Heidi (la mia HD 883) non ha voluto giustamente saperne di accendersi dopo mesi di inattività - ne abbiamo approfittato per spararci a tutto volume in auto il meglio (e il peggio) dell’iPhone della Vale.

Ed è così che mi imbatto in un rapper la cui canzone mi incuriosisce prima e mi appassiona poi.

L’arpeggio iniziale con la chitarra, un po’ lento e trascinato dalle voci in sottofondo, mi trasporta in una dimensione un po’ malinconica.

Le parole sincopate, invece, singhiozzano violente sibilando la metafora di una vita fatta di ipocrisie e ribellioni, di fughe e sottomissioni.

Mi colpiscono con la forza di un’emozione che arriva dal bagliore delle immagini evocate più che dal loro puro significato.

La stessa forza che mi colpiva da ragazzo (e lo fa ancora adesso) quando ascoltavo le canzoni di Guccini ed il fatto che i contadini fossero curvi, e non Curdi come capivo io, non cambiava lo scossone nell’ascoltare La Locomotiva (è solo uno dei tanti esempi in cui il vero significato era nell’immagine e non in ciò che capivo).

La stesso senso di rottura e di voler cambiare, la stessa voglia di essere fuori dal coro che ascoltavo, alla stessa età che ha la Vale ora, nelle Canzoni di Notte (la numero 2 in particolare) o nella semiseria Avvelenata.

Allora ho pensato che, elogio alle canne a parte (che, a sentire lui non l’avrebbe fatto mai, anche se, ad onor del vero, ha sempre degnamente sostituito l’elogio alla canna con quello al vino) se il rap fosse stato famoso come Bob Dylan, 40 anni fa, Guccini, il cantastorie, il giocoliere di parole, il poeta (in fin dei conti) invece che sugli arpeggi in fingerpicking della Deborah Kooperman, avrebbe potuto scandire il suo “non morrò pecora nera” sui ritmi sincopati di un rap.

Ed io, sicuramente, sarei stato lì, allora, come la Vale, ora, ad ascoltarlo.

Forse, difficilmente avrei potuto condividere uno schiamazzo in auto con i miei genitori (né, tanto meno, con un pseudo-parente quale posso essere io per lei) e non solo per la mancanza di un’autoradio. Non ci ho mai provato e purtroppo non posso dire se avrei scatenato in loro le stesse emozioni che ho provato io oggi.
O se avrebbero pensato, come ho pensato io, che alla loro età si ascoltavano canzoni con più futuro e meno livore.
Perché il solo sapore amaro, in questo ardito parallelo musicale, non arriva dal linguaggio rabbioso, ma dal rifiuto di ogni speranza.

Una mancanza di sogno che sembra senza scampo, definitiva, come il tappeto di tatuaggi che (probabilmente) ricopre il corpo di questo rapper.

O forse, come spero,  è solo l’effetto che fa su di me, che ho la mia età, e la Vale ci legge invece un milione di belle promesse.

Comunque sia, grazie Vale, per avermi accompagnato in questa luce (che ci ha anche permesso di farci delle risate alla ricerca di qualche foto profilo…)







E grazie, anche, per avermi presentato Mezzosangue e la sua "Circus".


Più tardi, scarico il suo disco da iTunes e lo metto idealmente a fianco dei miei 33 giri di Guccini.