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domenica 12 giugno 2016

I (quasi) cent'anni di Francesco Guccini

Un enorme nuvolone nero, carico di pioggia copre, a tratti, la Luna e Giove che si baciano furtivi sopra i tetti della parte più bella di Verona. 






Per tutta la serata, il nero sipario davanti al romantico tramonto dei due astri incombe minaccioso sull'Incontro con Francesco Guccini, rendendo ancora più incerto e nostalgico il sapore di una serata così diversa da quella di un suo concerto. 

Francesco arriva puntuale come le bottiglie di vino poste sul tavolino da talk show al quale si siede accompagnato dal giornalista (non certo ignorante, almeno di musica) Enrico de Angelis. 



Appesantito e lento nei movimenti, sembra una ripresa, deformata dal rallenty, delle goffe movenze da cantastorie che hanno accompagnato i suoi concerti da un certo punto in poi. 

Una volta fatta l'esperienza ( mai ripetuta e quindi probabilmente non memorabile) all'Opera di Parigi, nel lontano 1987, il suo modo di stare sul palco cambiò infatti radicalmente e a me fece davvero strano la prima volta che lo vidi, forse era l'89,  in piedi, volteggiare a mano libera, invece  che seduto vicino a Flaco (o a Jimmy Villotti prima). 

In tutti i suoi concerti visti fino ad allora, da solo o accompagnato, stava seduto imperterrito, imbracciando la chitarra. Il più ampio dei suoi movimenti era, troppo spesso, quello dell'aggancio del fiasco vicino alla sedia.

A partire da quello del 31 marzo 1977 al Teatro Laboratorio in cui, inconsapevolmente, mi trovai in mezzo al gruppo di autonomi che lo costrinsero ad interrompere la performance alla canzone  "E un altro giorno è andato" dal momento che i suoi inviti ("i cinesi stiano zitti!") caddero inascoltati, venendo dilaniati dalle urla degli incazzati abusivi. 

Oppure in quel concerto a Sant'Ambrogio di Valpolicella, in un capannone freddo e senza acustica, dove un muro, si, proprio un muro alto tre metri, divideva il pubblico in due. 
Mi ricordo che Francesco ci ricamò sopra una storiella da morir dal ridere, incitando una volta una parte, una volta l'altra. 

O a Isola della Scala, nel 1980, già accompagnato dalla sua band storica, illuminata da un faro sul retro-palco puntato sulle orecchie di Ellade Bandini (che fu preso in giro tutta la sera) restó seduto, a distanza di sicurezza dal bottiglione di vino, per tutto il concerto. 

Anche stasera è seduto, goffo ed incredibilmente appesantito.

Infagottato in un impresentabile cardigan color caffelatte, si affatica, tossicchiando, su ricordi e racconti, solleticato dalle domande di de Angelis (non molto profonde e, almeno per me, un po' troppo da presentazione di un nuovo libro). 




Racconta della sua caduta ad Auschwitz, durante il suo recente pellegrinaggio e del ribrezzo che prova a vedere la mancanza di memoria che anima la rinascita di gruppi neonazisti.
Così come vomita, senza ritegno, la sua condanna per gli imbecilli de "Il Giornale" che regalano, con la scusa di una lettura critica, il Mein Kampf di non ricordo più che autore. 
Ci scherza sopra, dicendo che, probabilmente, gli imbecillì nonché ignoranti, avranno pensato che si trattasse di un trattato di agricoltura sui Miei Campi...


Senza scossoni e con la solita ironia canzonatoria e spesso rivolta verso se stesso, fa la sua parte di arguto e distaccato osservatore che gioca con le parole per trasmettere emozioni. 



Parla del libro e dei sui occhi da bambino che accompagnano il matrimonio del paese, o di quelli, più furbetti che cercavano, più avanti, l'intorto tra le note strimpellate nelle balere giovanili. 

Descrive gli anziani del suo paese assorti nel rito, esclusivamente maschile, delle chiacchiere ai funerali, seduti sui gradini, contrapposte alle devote preghiere delle donne che, sole , entrano in chiesa. 
Ci accompagna nel mulino dei nonni e ci presenta le macchiette della sua Pavana  che, dice, non fa neanche comune mentre meriterebbe di essere capoluogo di provincia (o di regione che le province non ci sono più...). 

Spiega il significato di alcune incomprensibili parole  presenti nel suo libro, rovistando le province di Mantova, Ferrara, Pistoia alla ricerca del loro etimo. 

Confida il suo amore per i gatti, prendendo in qualche modo, con rispettoso tatto, le distanze da chi preferisce i cani, ottenendo l'effetto di spaccare in due il mormorio delle duemila e più persone arrampicate sulla collina del Teatro Romano.

E, a proposito del pubblico (che lo ha accolto intonando un affettuoso "Tanti auguri a te" in anticipo di tre giorni) era quello che mi aspettavo: un mix di giovani (in netta minoranza, ma tutti preparati...) e meno giovani, rassegnatamente composti e di certo un po' tristi, di fronte alla certezza che non avrebbero ascoltato nessuna canzone uscire dalla voce del Maestrone. 

Un pubblico che non ha trasmesso agitazioni da concerto. Nessuna maglietta con il Che, nessuno striscione, nessun richiesta urlata per l'Avvelenata. 
Un pubblico di persone innamorate, insomma, ma abituate ormai all'assenza della sua voce dal vivo. 

L'intervista finisce infatti senza nemmeno l'accento di una sua nota, intervallata soltanto da qualche filmato d'epoca già visto mille volte e poche foto invece, quelle, meno famose. 

La mancanza della sua voce si è fatta sentire ancor più forte nella seconda parte della serata quando i Musici si sono avvicinati agli strumenti. 

Juan Carlos "Flaco" Biondini voce e chitarre, Vince Tempera tastiere, Antonio  Marangolo sax, con lui da (quasi) sempre,   Pierluigi Mingotti al basso (con lui dal 2001) e uno straordinario e gigantesco batterista, Ivan Zanotti (classe 1980...) che con lui non ha mai suonato. 




Musicisti strepitosi che hanno inanellato, dedicandole a Francesco, lentamente accomodatosi in prima fila, una bella serie di canzoni storiche: Incontro, Autogrill, La Locomotiva, Asia, il Vecchio e il Bambino, Cirano, Eskimo. 

Con il blues rivisto di Statale 17 hanno portato a termine  l'inchino rispettoso verso l'unicità delle interpretazioni originali evitando ammirevolmente di scimmiottare la scaletta originale. 

Ecco, se gli arrangiamenti e gli assoli dei musicisti hanno lasciato senza fiato un pubblico che non si aspettava tali sonorità jazz o, più spesso, duramente rockettare, la cadenza Argentina di Flaco, senza doppie, un po' sfasata e, soprattutto, senza la r arrotolata dal Limentra, hanno lasciato più d'uno un po' così, non dico deluso, quello no, ma, come ho detto prima, rassegnato alla mancanza del protagonista principale. 

C'è da dire che, se c'è uno al mondo a cui il pubblico di Francesco può perdonare sbavature nell'interpretare le sue canzoni, questi certamente è Flaco. 

Ed infatti, tutti i suoi tributi sono accompagnati da un sommesso coro in sottofondo che non è esploso come sarebbe esploso ad un vero concerto, ma forse solo per rispetto verso il Guccini spettatore e la sua stanchezza. 

Stanchezza che mi è parsa un po' eccessiva in confronto all'età, soprattutto quando ha detto, sia pur giustificandosi con la scaramanzia, che 76 sono troppi e sarebbe ora di chiuderla qui...




La serata è finita così, Francesco tornato sul palco, solo a salutare, ed il pubblico (non ammaestrato) di giovani e meno giovani che, ordinati e senza bandiere, hanno abbandonato un Teatro innondato di musica, ma, soprattutto, di felice nostalgia, completamente asciutti, nonostante il nuvolone ancora lì sopra la testa ed una Luna infrattata con Giove ormai sopra l'Oceano.  

















domenica 15 maggio 2016

I due mostri

Ramin Bahrami e Danilo Rea sono due pianisti. 
Due giganti della musica contemporanea.
Due mostri, insomma.

Classico il primo, jazz il secondo.

Hanno due personalità, due stili, due impostazioni musicali che più diversi non si può.
Stasera però hanno scommesso e vinto, fronteggiandosi su due pianoforti Fazioli al Pavillon di UnCredit.

Il concerto promette una trama di improvvisazioni su musiche di Bach.


Bahrami indossa un frac stropicciato e si arrampica grassoccio e scoordinato sullo sgabello di sinistra. 
Rea siede composto al pianoforte di destra vestito in casual chic. 
Sotto la giacca porta un panciotto che scoprirà solo a concerto avanzato.

Presenta lui la serata.
Sembra egli stesso impacciato dalla stranezza della combinazione. Mette un po' le mani avanti, raccontando di un ritorno ai classici ai quali, come ai jazzisti, piaceva improvvisare. 
Sarà perciò un concerto unico, diverso da tutti gli altri dice quasi a giustificare lo scompiglio che sta per arrivare.

E, in effetti, le prime note, quelle di una toccata o un preludio che non riconosco, lasciano un po' attoniti. I due stili si sovrappongono armonici nei toni, ma completamente sfasati nel marchio. Come se Chopin e Bach si fossero seduti uno di fronte all'altro intestardendosi ad interpretare ognuno col suo timbro la stessa composizione dell'altro.

Una coppia vicino a noi, si arrende subito. 
Si alza e se ne va.

Poi però, quando Bahrami, con l'onda delle sue mani invita la prima fuga e innesta la marcia del contrappunto tutto ritorna in ordine. E' come la carezza di una mamma che ti sistema i capelli arruffati dal vento.  

E da lì in poi diventa tutto più chiaro, l'orecchio si abitua al contrasto.
Io seguo il resto del concerto con un trasporto che, a momenti, mi metto a ballare sulla sedia.

Quasi come fa Bahrami che ha una mimica corporale e facciale trascinante. Un po' ispirato come Gould, un po' "smorfioso" come Jarrett e un po' anche (non me ne voglia, ma la sua corporatura non è da adone) sgraziato come Petrucciani.

Rea conferma il contrasto tra i due e di fronte alla tastiera siede con la severità e la compostezza di un poliziotto che redige il suo verbale per il magistrato di turno. Sembra battere i tasti di una Lettera 22 più che quelli di un pianoforte.

E così, i due si "baciano" in un contrasto che si ripete anche all'uscita di scena che segue ogni brano, quando Bahrami si alza di scatto come colpito da scossa elettrica e Rea lo guarda esitando come a chiedersi: " ma dobbiamo davvero uscire anche 'sta volta?" e portano avanti una performance da brivido e senza sbavature che ci lascia il gusto dolce di una bellissima serata.

Sono tanti i momenti che hanno scosso i sensi della gente in sala. Tutti, come me, curiosi di vedere la combinata di due bravure così diverse.

Uno tra questi certamente è stato quando, tra varie incursioni di melodie assonanti a musiche che di Bach non avevano nulla (tra gli altri, una modulazione dell'Inno alla Gioia di Beethoven, qualcosa che poteva essere Gershwin, altro ancora che ricordava Morricone o un Notturno di Chopin) Bahrami, con il suo tocco da clavicembalista ha avviato l'Aria della Suite n. 3 in Re maggiore (la cosiddetta Aria sulla Quarta Corda, la famosa sigla di Quark...) e Rea ci si è attorcigliato sopra con sincopati da jazzista.

Oppure quando, con lo staccato che ricorda il genio di Gould, Bahrami duetta con gli arpeggi di Rea sulla Aria e la Prima delle Variazioni Goldberg o sul primo preludio e fuga in do maggiore dal Primo libro del Clavicembalo ben temperato (quel preludio da cui Gounod ha preso l'aria della sua celebre Ave Maria).

L'apice del contrasto così armonico e trascinante tra i due, si manifesta però sul primo movimento della Suite n.1 in si bemolle maggiore che appare d'improvviso, come un appunto ordinato tra migliaia di fogli incomprensibili. 
Ad un certo punto, il poliziotto (Rea) stanco di redigere il suo verbale, si alza in piedi, si tuffa dentro il Fazioli scoperchiato e accompagna il virtuosismo di Bahrami con un pizzicato da brivido direttamente sulle corde del pianoforte.

Alla fine dell'esecuzione la gente si spella le mani alla ricerca di un bis che viene addirittura doppiato con simpatia dai due grandi musicisti.

Una serata da ricordare, oltre che per la musica e la straordinaria affabilità e simpatia dei due, anche per le belle (e tristi) parole che Bahrami ha voluto dedicare alla fine del concerto, in un  italiano impeccabile (lui ha vissuto qui in fuga dall'Iran per molti anni) alla necessità che il nostro Paese  così ricco di bellezza e tradizioni si distingua alla ricerca di più cultura, civiltà, dialogo, sfuggendo alla frenesia che ci ha reso tutti più androidi che umani.

















lunedì 9 maggio 2016

Il nipote "avvelenato"


Capita di domenica.

Nel giorno dedicato alla Festa della Mamma, adagiata pigramente sulla distesa ancora verde di un grano punteggiato di rosso papavero, una luce un po’ indecisa illumina l’arrivo alla casa dove la mia mamma sfiorisce, giorno dopo giorno, con la dignità delle persone umili e buone.

Non sono solo oggi, perché la Vale si è offerta di accompagnarmi.



Mi affianca, sensibile e comprensiva, in questi miei momenti di dolcezza straziati dalla ferocia di una malattia che ha ormai piegato in forme quasi indecifrabili le parole della mia mamma, senza però riuscire a cancellare la sua capacità di trasmettere l’amore per la vita e per le cose semplici.

Semplici, come afferrare e trattenere la mano di Valentina, scambiata per la madre…, o passeggiare giù nel parco con i suoi  passi di carta velina, felice di respirare un’aria diversa sorridendo alle grida dei bambini che le giocano vicino.
O come portare alla bocca la sua pasta preferita, quella torta italiana che, un morso dice che è buona e un morso no, ma sempre la cerca.

Accantonata, mestamente, l’iniziale intenzione di arrivare sin qui in moto - dato che Heidi (la mia HD 883) non ha voluto giustamente saperne di accendersi dopo mesi di inattività - ne abbiamo approfittato per spararci a tutto volume in auto il meglio (e il peggio) dell’iPhone della Vale.

Ed è così che mi imbatto in un rapper la cui canzone mi incuriosisce prima e mi appassiona poi.

L’arpeggio iniziale con la chitarra, un po’ lento e trascinato dalle voci in sottofondo, mi trasporta in una dimensione un po’ malinconica.

Le parole sincopate, invece, singhiozzano violente sibilando la metafora di una vita fatta di ipocrisie e ribellioni, di fughe e sottomissioni.

Mi colpiscono con la forza di un’emozione che arriva dal bagliore delle immagini evocate più che dal loro puro significato.

La stessa forza che mi colpiva da ragazzo (e lo fa ancora adesso) quando ascoltavo le canzoni di Guccini ed il fatto che i contadini fossero curvi, e non Curdi come capivo io, non cambiava lo scossone nell’ascoltare La Locomotiva (è solo uno dei tanti esempi in cui il vero significato era nell’immagine e non in ciò che capivo).

La stesso senso di rottura e di voler cambiare, la stessa voglia di essere fuori dal coro che ascoltavo, alla stessa età che ha la Vale ora, nelle Canzoni di Notte (la numero 2 in particolare) o nella semiseria Avvelenata.

Allora ho pensato che, elogio alle canne a parte (che, a sentire lui non l’avrebbe fatto mai, anche se, ad onor del vero, ha sempre degnamente sostituito l’elogio alla canna con quello al vino) se il rap fosse stato famoso come Bob Dylan, 40 anni fa, Guccini, il cantastorie, il giocoliere di parole, il poeta (in fin dei conti) invece che sugli arpeggi in fingerpicking della Deborah Kooperman, avrebbe potuto scandire il suo “non morrò pecora nera” sui ritmi sincopati di un rap.

Ed io, sicuramente, sarei stato lì, allora, come la Vale, ora, ad ascoltarlo.

Forse, difficilmente avrei potuto condividere uno schiamazzo in auto con i miei genitori (né, tanto meno, con un pseudo-parente quale posso essere io per lei) e non solo per la mancanza di un’autoradio. Non ci ho mai provato e purtroppo non posso dire se avrei scatenato in loro le stesse emozioni che ho provato io oggi.
O se avrebbero pensato, come ho pensato io, che alla loro età si ascoltavano canzoni con più futuro e meno livore.
Perché il solo sapore amaro, in questo ardito parallelo musicale, non arriva dal linguaggio rabbioso, ma dal rifiuto di ogni speranza.

Una mancanza di sogno che sembra senza scampo, definitiva, come il tappeto di tatuaggi che (probabilmente) ricopre il corpo di questo rapper.

O forse, come spero,  è solo l’effetto che fa su di me, che ho la mia età, e la Vale ci legge invece un milione di belle promesse.

Comunque sia, grazie Vale, per avermi accompagnato in questa luce (che ci ha anche permesso di farci delle risate alla ricerca di qualche foto profilo…)







E grazie, anche, per avermi presentato Mezzosangue e la sua "Circus".


Più tardi, scarico il suo disco da iTunes e lo metto idealmente a fianco dei miei 33 giri di Guccini.

mercoledì 30 marzo 2016

La mela marcia

Chi mi conosce sa che sono da sempre un fan di Apple.

Lo si può leggere anche in uno dei miei primi post in questo blog

http://viaggiodigiorno.blogspot.it/2015/03/una-mela-per-cena.html.

Bene, la Mela di Apple però questa volta ha un sapore amaro, quasi rancido appunto.

Cos'è successo che ha fatto così incazzare anche un vecchio brontolone come me, vecchio si, ma sempre pronto a sostenere i visionari di Cupertino?

Semplicemente un aggiornamento software del sistema operativo iOS riuscito male. Anzi malissimo. 
Considerata poi la potenza di fuoco del colosso americano che è in grado di sfornare tecnologia extragalattica, ma non di testare adeguatamente una versione di software, la cosa è riuscita a far imbestialire milioni di utenti in tutto il mondo

Milioni di persone abituate a sedere in metro, o a tavola, o in auto o anche sul cesso e a navigare in internet partendo da una mail o da una ricerca su Google che, improvvisamente, si sono spalmati contro la testardaggine di link che non ne vogliono sapere di aprirsi.

E non serve premere più forte, oppure due e nemmeno tre volte. Non aiuta accompagnare il tentativo con la fantasia di una siracca.

Niente. 

Dopo l'usuale ma alquanto improvvido aggiornamento, i link si aprono solo se limiti le funzionalità di sistema ed inibisci la gestione dei Java Script che sono presenti in almeno tre quarti dei siti della rete. 

Risultato: il browser su iPhone, così comune in metro, a tavola e anche sul cesso è diventato praticamente inutilizzabile.

Un salto indietro troppo forte per passare inosservato.

Ed infatti la rete si è sbizzarrita, incredula ed un po' sorpresa da questa defiance dal sapore un po' più vicino a Seattle che a Cupertino e si è scatenata in domande educate (e meno) in particolare su Twitter, all'account @AppleSupport.

Che, bellamente sembra quasi ignorare la situazione e parla del più e del meno chiedendo pedantemente agli utenti a cui si degna di rispondere (su altri problemi) "send us a DM ..."(proprio così, spediscici un DM...). Ma che cazzo vuole dire DM, lo sanno solo loro. A me ricorda Deutsche Mark, quando ancora c'erano, Decreto Ministeriale che ancora ci sono, addirittura Dirigente Movimento, ovvero Capostazione, che non lo sono più da anni.

Insomma, la cosa che mi manda in bestia e che non mi aspettavo da Apple è proprio questo ignorare il problema. Fare quasi a finta che non esista.

Per di più, dopo aver twittato richieste di aiuto con irritazione crescente purtroppo senza alcun successo, prima ad @AppleSupport e poi anche a @Tim_Cook (il CEO che ha raccolto la pesante eredità di Steve Jobs) la delusione per non essere più l'utente spennato ma coccolato da un servizio con i fiocchi ha iniziato a diventare irrecuperabile.

Poi, questa sera, testardo come sono, ho deciso di farmi sentire in altro modo.

Ho lasciato perdere i canali Social, così anonimizzanti e fintamente   democratici e, senza scadere nella anzianità della telefonata ho provato la via intermedia, ma almeno "impersonificata" della chat.

Mi ha risposto, dopo pochi secondi un tal Uxxxxx, che non era di sicuro un risponditore automatico a meno che anche a quelli non insegnino a fare errori di battitura.


Probabilmente era anche italiano, ma il dialogo si è svolto lo stesso tutto in inglese.

Ha ammesso con un po' di imbarazzo che non ci stanno capendo un cazzo e che stanno lavorando duramente per risolvere il problema.

Alla fine non ha risolto 'na mazza e,  per dirla tutta, non poteva neanche provarci, ma almeno mi ha fatto sentire di nuovo ascoltato e, ma solo un pochino, la rabbia mi è passata.

Vedi, caro signor @Tim_Cook, bastava questo. 




Bastava dire pubblicamente, con lo stesso stile aperto e trasparente con cui hai dichiarato di voler impedire all'FBI di leggere i dati dal telefonino del terrorista (inutilmente, anche se a mio avviso giustamente), bastava dire, con la stessa faccia sorridente che compare in questo stesso istante  sul tuo sito come se niente fosse successo, che avete fatto una cazzata. Che vi rendete conto che state creando un mare di disagi (stitichezze incluse) e che state cercando di risolvere il prima possibile.

Sarebbe bastato questo per far sembrare la vostra mela meno marcia.

Invece, questo atteggiamento da struzzo, assieme al vostro incomprensibile DM, lo devo ammettere, hanno scalfito irrimediabilmente quel senso di ammirazione che nutrivo per voi.


P.S.: DM sta per direct message, non sono abbastanza social per averlo capito subito. Per fortuna non me lo hanno chiesto in chat...

martedì 29 marzo 2016

l'Italia che non ha futuro

Cercare di essere educati in un Paese di cafoni è un'impresa che conduce diritta, e solamente, al turpiloquio.

Molto semplicemente, ecco i fatti.

Mio figlio, iscritto al registro AIRE (Associazione Italiana Residenti all'Estero) prenota un appuntamento al Consolato Generale Italiano a Londra per rifare un passaporto con il chip danneggiato.
Ottiene l'appuntamento, ma i casi della vita fanno sì che nello stesso periodo possa invece godersi una inaspettata vacanza in un paese esotico. Succede anche che, inebriato dall'idea dei profumi caraibici, si dimentichi di disdire, prima di partire, l'appuntamento stesso.

Se ne ricorda solo una volta di là dall'oceano, ma, tra mille difficoltà con le connessioni internet inesistenti non riesce nell'impresa di cancellarlo (anche perché, il link faticosamente raggiunto conduce ad una pagina vuota) e decide (ovvio) di chiedere aiuto al babbo attraverso il seguente messaggio che trascrivo integralmente per consentire una giusta comprensione del seguito:

Papa!!!! Posso chiederti un favore?  Domani mattina ore 9 riusciresti a chiamare l'ambasciata italiana a Londra dicendo che Enrico Donisi non riesce venire all'appuntamento per il cambio di passaporto? Non sono riuscito ad avvisarli prima e il loro Link internet non va! Il motivo dell'incontro che credo fosse 10 uk era avere un nuovo passaporto con il chip elettronico funzionante.. anche, ho perso la patente un paio di giorni fa!

Puntualmente, stamattina alle 9, ho provato a contattare l'Ambasciata e, dopo aver dribblato n volte il risponditore automatico ed aver atteso l'orario di apertura, ho finalmente provato ad esporre la mia necessità ad un mega-super-importantissimo addetto (non prima di essermi educatamente presentato per nome e cognome ed aver gentilmente salutato).

Non ho avuto nemmeno il tempo di finire la parola passaporto che il mega-super-importantissimo addetto ha letteralmente sbattuto giù il telefono ovviamente senza essersi né presentato né, tanto meno, aver salutato. Unica arrogante ed altezzosa dichiarazione l'aver evidenziato che quella era l'Ambasciata e non il Consolato (ho testimoni dell'accaduto in quanto per comodità avevo inserito il vivavoce).

Ho provato quindi a cercare sul sito del Consolato, navigando attraverso la sua accattivante grafica vintage anni '80 (Tim Berners Lee si ritroverebbe ragazzo) per vedere se era possibile sfruttare il poco tempo rimasto ed informare "educatamente" dell'impossibilità di presentarsi all'appuntamento.

Il tentativo telefonico si è esaurito, dopo il consueto slalom col risponditore, con un rimando al numero di un call center per le prenotazioni che riporto esattamente come scritto sul sito.

Invito anche chiunque riesca ad agganciarlo correttamente a comunicarmi il modo in cui ci è riuscito.
Io, infatti, devo fare pubblica dichiarazione di inettitudine e stupidità non avendo avuto successo in nessuno dei modi che la mia limitata intelligenza mi ha suggerito.
 

Ecco (papale papale) il richiamo al numero:

CALL CENTRE per informazioni (a pagamento) :09067530251 (dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle ore 12 e dalle 13 alle 17).

NOVITA': E' possibile prenotare un appuntamento Passaporti contattando il Call Centre



Unica consolazione: la voce registrata della TIM che risponde che il numero non esiste (in qualsiasi combinazione con prefissi e non) è mille volte più educata del mega-super-importantissimo dipendente dell'Ambasciata che mi ha sbattuto giù il telefono.


Inutile anche dire che un qualche addetto del Consolato Generale (forse non così mega-super-importantissimo) starà giustamente rimarcando la maleducazione di un tal Enrico Donisi che non si è presentato puntuale all'appuntamento accennando magari al vezzo Italico di fregarsene degli altri.


Ecco, metti insieme quest'oretta di esperienza a tu per tu con l'immagine offerta dall'Italia agli italiani desiderosi di essere educati e rispettosi delle regole e capisci perché, anche senza bisogno di cercare complotti, scie chimiche e bufale senza mozzarella, non ce la possiamo proprio fare.